E’ con profonda convinzione che ho sottoscritto, qualche tempo fa,
l’appello dei Radicali italiani per la concessione della grazia ad Adriano Sofri.
Non è una questione di innocentismo, di colpevolismo o di clemenza, ma di
moralità. Lo Stato ha un debito irredimibile con la giustizia, anche in senso
etico. E ciò vale per governanti e governati, per magistrati ed imputati. Sofri ha affrontato il proprio destino
da uomo, guardandolo negli occhi. Quanti protagonisti del nulla, quanti eroi negativi dell’abuso della forza della giustizia, quanti interpreti della giustizia come carriera, quanti furbastri nella ricerca dell’impunità con metodi condivisibili o meno, quanti ominicchi che strepitano, che non ci stanno solo quando la questione riguarda loro stessi abbiamo subìto in questi anni?
Per questo
Sofri appare un gigante innanzi a pigmei. Come
Enzo Tortora. Se lo Stato avrà la forza di riconoscerlo, di certo non potrà
colmare l’oceano di ingiustizia fino ad oggi distribuita, ma compirà finalmente
un gesto di moralità. Non può altrimenti essere considerato un atto che
porta al centro l’uomo per ciò che è e non
un sistema astratto di principi la cui applicazione troppo spesso
riproduce il paradosso che il contrario del crimine non sia la giustizia, bensì il crimine opposto.