Nel corso della
Storia, il modo di vestire di uomini e donne è sempre stato il riflesso diretto di una precisa
fase storica, dei costumi e dei modi di vivere di una determinata
epoca. La
moda, in realtà, è sempre esistita: non è affatto un'invenzione del
capitalismo globalizzato o delle
multinazionali. Solo che, anticamente, essa si basava attorno ai concetti di
funzionalità, di
distinzione, di appartenenza a un determinato
ceto sociale, nobiliare o
militare. E' stato il nostro lento, ma inesorabile, cammino di
modernizzazione e di
emancipazione democratica a rendere la moda un
fenomeno di massa. Ma in verità, essa è nata in quanto fenomeno di
distinzione individuale, non come modello di abbigliamento standard,
'tipizzato' e obbligatorio per tutti. E' esattamente questo il punto che dobbiamo cogliere: ancora nel
XVIII secolo, tanto per fare un esempio, le divise militari prevedevano, come capo d'ordinanza fondamentale, una lunga
calzamaglia dotata di
'bretelle' che si
'aggrappavano' sino alle spalle. La
calzamaglia maschile ha infatti rappresentato, per svariati secoli, un capo di abbigliamento che si era evoluto nel corso del tempo, sino raggiungere le divise pensate e disegnate da
Napoleone Bonaparte per l'esercito francese. Oggi, invece, la moda
'brucia' ogni capo di abbigliamento nel breve volgere di una stagione. E tale caratteristica, che l'ha resa
'passeggera' se non quasi
temporanea, deriva dal fatto che il suo
principio fondante non è più quello di produrre
beni durevoli, bensì
voluttuari, destinati a un
consumo immediato. Tuttavia, quando un determinato
modello di calzature risulta ormai ai piedi di tutti, ciò non significa affatto che esso stia
andando di moda: al contrario, è la prova più evidente che quelle scarpe stanno già
'morendo', in quanto prodotto ormai
'inflazionato'. Essere alla moda non significa affatto
'omologarsi' o
standardizzarsi: questo è uno di quegli elementi
'feticisti' che hanno reso la moda un mondo
futile e
vacuo, da
cervelli all'ammasso. Diversamente, essere alla moda - o andare di moda, come si suol dire - dovrebbe rappresentare un
tratto distintivo di innovazione e, persino, di
coraggio. L'attuale
ribaltamento irrazionalista della moda è la semplice conseguenza di uno sviluppo
troppo accelerato, che non corrisponde affatto a un
segno evolutivo di progresso della società. Soprattutto, quando tale progresso non viene accompagnato da relativi strumenti di
'decodificazione' e di
interpretazione antropologica. La
moda, insomma, ha finito col diventare anch'essa una forma di
'appiattimento' collettivo e individuale: un modo per
neutralizzare le 'punte critiche' che sorgevano spontanee nella società, al fine di
conformarle e
uniformarle. Ma tale processo non è più
'moda', bensì qualcosa di molto diverso: uno
'strumento' di controllo sociale; una
spinta collettiva verso un allontanamento dalle nostre
radici culturali più autentiche, che
'sgancia' la moda stessa da ogni bisogno, da qualsiasi esigenza e funzionalità, persino quella di ripararci dal
freddo invernale, o di aiutarci a sopportare un
clima estivo 'tropicalizzato'. Tornando ancora per un momento alle
calzamaglie dell'esercito napoleonico, esse erano funzionali a far cavalcare comodamente, per centinaia di chilometri, quei reparti di
cavalleria che, prima dell'avvento dei
carri armati, erano il vero
'corpo di sfondamento', in battaglia, di ogni forza armata. Le
uniformi di un tempo erano pensante per una determinata tipologia di
guerra: rendendo quest'ultima sempre più
'mostruosa', è cambiato anche il
'modello' di abbigliamento militare, poiché quello precedente risultava sempre meno funzionale alle nuove
esigenze logistiche. Insomma, è la
differenziazione del prodotto il vero elemento fondante della moda, non la sua
ampia diffusione a basso costo. E'
l'innovazione artistica dei nostri
stilisti ciò che rende un capo veramente
speciale, di qualità, non la nostra
frustrazione psicologica nel vederlo indossato da tutti. La
moda è un
processo creativo, non un banale
prodotto finito. E questo processo ha sempre avuto un nome ben preciso, che si richiama a un antico
'filone' culturale tipico, in particolar modo, di
italiani e
francesi: il
'mutualismo'. Esso è la tendenza a
modificare, anche solo parzialmente, ma costantemente e inesorabilmente, un
bene qualsiasi, al fine di
migliorarlo e renderlo sempre più funzionale alle esigenze collettive, anche fosse semplicemente quella di far
bella figura durante un matrimonio o un battesimo.
L'appiattimento e la
standardizzazione, invece, sono gli elementi
'feticisti', deviati e perversi, della
moda, che rendono persino difficile celebrare un lieto evento, perché se ci vestiamo tutti quanti allo stesso modo, ciò significa che ci sono sempre meno occasioni per
festeggiare o
celebrare i momenti più importanti della nostra vita. La moda è una forma di
libertà, non una
costrizione a consumare. E' l'arte di creare
nuove tendenze, nuovi atteggiamenti, persino
nuovi modi di vivere, non l'obbligo a vestirci tutti quanti alla stessa maniera, ad acquistare le medesime merci, a fare tutti le stesse identiche cose. Perché
tutto è bene, quando esce dalle mani del suo
creatore, ma
tutto degenera, quando giunge nelle
mani dell'uomo.
PER LEGGERE LA NOSTRA RIVISTA SFOGLIABILE CLICCARE QUI
Direttore responsabile di www.laici.it e della rivista mensile 'Periodico italiano magazine' (www.periodicoitalianomagazine.it)
(editoriale tratto dalla rivista 'Periodico italiano magazine', n. 31 - settembre 2017)