
Alle
destre italiane manca ogni concezione, anche minima, di
politica culturale. Rarissimi sono i suoi
intellettuali di riferimento (Buttafuoco, Veneziani e pochi altri). E ancor più rari sono i suoi
rappresentanti artistici, sia nel mondo degli
attori teatrali e
cinematografici, sia negli
ambienti musicali. Per decenni, le destre di casa nostra si sono dimostrate
insensibili a ogni movimento e a ogni corrente di pensiero,
impermeabili a ogni tipo di
influenza esterna (e per esterna non intendiamo solamente internazionale, ma anche
italiana 'non etichettabile' in alcun modo,
ndr). Esse sono ferme al
decadentismo di
D’Annunzio o al
futurismo surreale di
Marinetti: serbatoi già setacciati dalla sinistra stessa, al fine di
essiccarne le radici. A destra si odiava
Pasolini in quanto
omosessuale, ma moltissimi ne subivano il
fascino. Oggi, va di moda
Antonio Gramsci, ma non se ne comprendono gli aspetti
idealistici. E la stessa cosa avviene per
Giovanni Gentile: un filosofo che dovrebbe risultare
assai meno distante. Niente da fare: le nostre destre rimangono
‘pasticcione’ e
maldestre, anche in una chiave interpretativa
clerico-fascista o
controriformista. I pochi ambienti che dimostrano di leggere e informarsi sono quelli
liberal-conservatori, che infatti si dimostrato maggiormente in grado di
contrastare le sinistre, evidenziandone
contraddizioni e
ingenuità. Perché un certo
vuoto culturale comincia a farsi sentire
anche a sinistra. Non solo a causa dei suoi
esponenti politici ‘postdalemiani’, ma anche per responsabilità del suo
ceto intellettuale, che ha la cattiva abitudine
a non designare 'delfini' o a non predisporre
eredi. La direzione, in fondo, è la stessa delle
destre: ci lasciano le grandi menti
(Camilleri, Eco, Arbasino e persino Franca Valeri e Monica Vitti) e quel che rimane è una tendenza invariabilmente
crepuscolare. Il problema è simile a quello delle
destre: tanto i
post comunisti sono restìi a declinare i problemi socioeconomici del Paese in una
'chiave' di
neo-socialismo organico, tanto i
post fascisti fanno fatica a comprendere le basi di una sana
convivenza liberaldemocratica. Ci si pone il problema da ambo le parti, questo è vero, perché
alcuni sentimenti di
amore nei confronti del Paese sono
molto simili, anche se coniugati distintamente tra
'garibaldini' e
'cavouriani'. Ma ambedue le parti non sanno
da dove 'diavolo' ricominciare. Oggi, stiamo messi così: abbiamo avuto una
sinistra colta che ormai va
estinguendosi, ma non abbiamo una
destra culturale pronta a
sostituirla. Lo stesso
Vittorio Sgarbi è ormai invecchiato. Insieme a
Francesco Giubilei, egli aveva lanciato un
appello, tempo addietro, per
“non lasciare l’agenda culturale in mano al Pd”. A prescindere dalla solita indicazione di un
nemico che, la maggior parte delle volte,
si neutralizza da solo, il tema, per certi aspetti, risultava centrato:
“Continuare a non dedicare la giusta attenzione al mondo dell’editoria, dei teatri, dei festival e delle manifestazioni culturali significa non tenere in considerazione interi settori che interessano milioni di italiani”. Ed eccoci giunti molto vicini al concetto di
egemonia culturale 'vera', cioé quella che non si compone di
posti e
collocazioni fidelizzate, facendo anche
peggio degli altri. L’equazione
egemonia culturale=presidenze, direzioni e cda è profondamente
sbagliata. E la destra lo comprenderà a sue spese, perché corrisponde a un
tuffo nelle
'sabbie mobili' della
sinistra. Anche l’idea di
Livio Garzanti, il quale era solito affermare che gli intellettuali
“si comprano con poco”, è sempre stata una
'stupidaggine' da editore: è vero che gli intellettuali possono
spostarsi, ma essi lo fanno per
studiare il nemico più da vicino e, in seguito, per
distruggerlo. La recente inchiesta di
Fanpage lo ha dimostrato pienamente. Insomma, sarà anche vero che
a destra non mancano i soldi. Tuttavia, mancano le
idee e gli
uomini sui quali queste dovrebbero
'camminare'. Manca il
coraggio di rischiare, di
scommettere, di
offrire opportunità cercando il
'nuovo'. E bisogna
accettarla codesta
critica, perché è vera
anche per la
sinistra, la quale, di recente, ha persino avuto problemi a
'ingoiare' una
Paola Cortellesi dimostratasi un’ottima
regista cinematografica. Quello che manca veramente è una
visione. L'egemonia culturale non è una questione di
'poltrone': prima delle
idee è necessario avere un minimo di
competenze. Non basta lanciare
slogan contro
l’astrattezza in favore del
'figurativo', perché si finisce col dimostrarsi ancor più
astratti e
distorsivi. Soprattutto, quando il
'figurativo' non lo si sa neanche
riconoscere. Come nel caso della
Bohéme 'sessantottina' di
Christophe Gayral, che altro non è che un
tentativo mutualistico tipico delle culture di sinistra. La
tradizione mutualista è un filone di
attualizzazione figurativa che appartiene pienamente alla
tradizione socialista europea. Pertanto, per essere realmente
'figurativi' bisogna risolvere i propri
problemi con la Storia, altrimenti si degenera nel
qualunquismo, nel
contrattualismo spicciolo, nella
volgare prostituzione. Certamente si ride, quando si dipinge la
Violetta de
'La Traviata' come
'un’oca giuliva' amante del
bel mondo parigino e per qualunque cosa indossi i
pantaloni. Ma non si coglie la
critica antiborghese del suo autore.
'La signora delle camelie' di
Dumas figlio non narra le vicende di una
prostituta che lo fa
“per piacere a Dio”: non cogliere questi aspetti significa condannare la
Valery alla
punizione divina tramite
turbercolosi, relegandola nell’angusto ambito delle
peccatrici. Si può anche
mutuare una vicenda secondo
canoni meno trasgressivi, ma non
stravolgerla completamente, affermando
l'esatto contrario. Si finisce col
ribaltare strumentalmente i contenuti per una
stravagante abitudine a cambiare le
'carte in tavola'. Pur con tutta la simpatia del caso verso
Giorgia Meloni, quando si è giuocata una
'carta', non la si può
riprendere in mano: eccolo di nuovo qui,
l’infatilismo ideologico delle
destre. Un elemento che continua a fare
'capolino' ogni qual volta si tratta di
saldare i propri
conti con la
Storia. Tutto ciò si traduce in uno
'strabismo' che induce le destre a guardare sempre
all’indietro, a rimpiangere le
donne chiuse in casa che non potevano
lavorare, né tantomeno
abortire. E via così, con
“la buona cucina di una volta”, cioè quando
morivamo di fame ed eravamo costretti a
emigrare a milioni. Tutto ciò non fa altro che dar ragione a chi parla di
“vaneggiamenti regressivi”. Siamo di fronte ad autentiche
caricature della Storia, nel tentativo di
inventare un’identità culturale immaginaria, che fa il gioco di chi vorrebbe
azzerare quei
diritti conquistati dopo
decenni di
lotte civili e
battaglie politiche. Infine, si legittima una
visione culturale secondo la quale i
grandi Maestri debbono rimanere chiusi nei
musei, affinché non vengano a
prenderci per i piedi durante la notte. Una visione della Storia buona solo per
celebrare riti tribali, come il sangue di
San Gennaro che, quando non si scioglie, porta solamente
sfortune e
catastrofi. Per non parlare delle
'fisse adolescenziali' come quella per
‘La storia infinita’ di
Michael Ende o nei confronti dello stesso
Tolkien, le quali tendono a
sostituire la Storia con il fantasy pur di evitare di fare i conti con la
modernità e le sue
complessità. Qui mancano, insomma,
diplomazia ed
elasticità, il gusto del
paradosso e della
provocazione intelligente, da utilizzare come antidoti alla
grevità di una
cultura autoreferenziale e
moralistica. La
cultura non è una
'cosa' da utilizzare come
'collante identitario' o per
attrarre turisti, ma uno strumento di
trasformazione delle
persone e della
società.