Michela DiamantiAlle destre italiane manca ogni concezione, anche minima, di politica culturale. Rarissimi sono i suoi intellettuali di riferimento (Buttafuoco, Veneziani e pochi altri). E ancor più rari sono i suoi rappresentanti artistici, sia nel mondo degli attori teatrali e cinematografici, sia negli ambienti musicali. Per decenni, le destre di casa nostra si sono dimostrate insensibili a ogni movimento e a ogni corrente di pensiero, impermeabili a ogni tipo di influenza esterna (e per esterna non intendiamo solamente internazionale, ma anche italiana 'non etichettabile' in alcun modo, ndr). Esse sono ferme al decadentismo di D’Annunzio o al futurismo surreale di Marinetti: serbatoi già setacciati dalla sinistra stessa, al fine di essiccarne le radici. A destra si odiava Pasolini in quanto omosessuale, ma moltissimi ne subivano il fascino. Oggi, va di moda Antonio Gramsci, ma non se ne comprendono gli aspetti idealistici. E la stessa cosa avviene per Giovanni Gentile: un filosofo che dovrebbe risultare assai meno distante. Niente da fare: le nostre destre rimangono ‘pasticcione’ e maldestre, anche in una chiave interpretativa clerico-fascista o controriformista. I pochi ambienti che dimostrano di leggere e informarsi sono quelli liberal-conservatori, che infatti si dimostrato maggiormente in grado di contrastare le sinistre, evidenziandone contraddizioni e ingenuità. Perché un certo vuoto culturale comincia a farsi sentire anche a sinistra. Non solo a causa dei suoi esponenti politici ‘postdalemiani’, ma anche per responsabilità del suo ceto intellettuale, che ha la cattiva abitudine a non designare 'delfini' o a non predisporre eredi. La direzione, in fondo, è la stessa delle destre: ci lasciano le grandi menti (Camilleri, Eco, Arbasino e persino Franca Valeri e Monica Vitti) e quel che rimane è una tendenza invariabilmente crepuscolare. Il problema è simile a quello delle destre: tanto i post comunisti sono restìi a declinare i problemi socioeconomici del Paese in una 'chiave' di neo-socialismo organico, tanto i post fascisti fanno fatica a comprendere le basi di una sana convivenza liberaldemocratica. Ci si pone il problema da ambo le parti, questo è vero, perché alcuni sentimenti di amore nei confronti del Paese sono molto simili, anche se coniugati distintamente tra 'garibaldini' e 'cavouriani'. Ma ambedue le parti non sanno da dove 'diavolo' ricominciare. Oggi, stiamo messi così: abbiamo avuto una sinistra colta che ormai va estinguendosi, ma non abbiamo una destra culturale pronta a sostituirla. Lo stesso Vittorio Sgarbi è ormai invecchiato. Insieme a Francesco Giubilei, egli aveva lanciato un appello, tempo addietro, per “non lasciare l’agenda culturale in mano al Pd”. A prescindere dalla solita indicazione di un nemico che, la maggior parte delle volte, si neutralizza da solo, il tema, per certi aspetti, risultava centrato: “Continuare a non dedicare la giusta attenzione al mondo dell’editoria, dei teatri, dei festival e delle manifestazioni culturali significa non tenere in considerazione interi settori che interessano milioni di italiani”. Ed eccoci giunti molto vicini al concetto di egemonia culturale 'vera', cioé quella che non si compone di posti e collocazioni fidelizzate, facendo anche peggio degli altri. L’equazione egemonia culturale=presidenze, direzioni e cda è profondamente sbagliata. E la destra lo comprenderà a sue spese, perché corrisponde a un tuffo nelle 'sabbie mobili' della sinistra. Anche l’idea di Livio Garzanti, il quale era solito affermare che gli intellettuali “si comprano con poco”, è sempre stata una 'stupidaggine' da editore: è vero che gli intellettuali possono spostarsi, ma essi lo fanno per studiare il nemico più da vicino e, in seguito, per distruggerlo. La recente inchiesta di Fanpage lo ha dimostrato pienamente. Insomma, sarà anche vero che a destra non mancano i soldi. Tuttavia, mancano le idee e gli uomini sui quali queste dovrebbero 'camminare'. Manca il coraggio di rischiare, di scommettere, di offrire opportunità cercando il 'nuovo'. E bisogna accettarla codesta critica, perché è vera anche per la sinistra, la quale, di recente, ha persino avuto problemi a 'ingoiare' una Paola Cortellesi dimostratasi un’ottima regista cinematografica. Quello che manca veramente è una visione. L'egemonia culturale non è una questione di 'poltrone': prima delle idee è necessario avere un minimo di competenze. Non basta lanciare slogan contro l’astrattezza in favore del 'figurativo', perché si finisce col dimostrarsi ancor più astratti e distorsivi. Soprattutto, quando il 'figurativo' non lo si sa neanche riconoscere. Come nel caso della Bohéme 'sessantottina' di Christophe Gayral, che altro non è che un tentativo mutualistico tipico delle culture di sinistra. La tradizione mutualista è un filone di attualizzazione figurativa che appartiene pienamente alla tradizione socialista europea. Pertanto, per essere realmente 'figurativi' bisogna risolvere i propri problemi con la Storia, altrimenti si degenera nel qualunquismo, nel contrattualismo spicciolo, nella volgare prostituzione. Certamente si ride, quando si dipinge la Violetta de 'La Traviata' come 'un’oca giuliva' amante del bel mondo parigino e per qualunque cosa indossi i pantaloni. Ma non si coglie la critica antiborghese del suo autore. 'La signora delle camelie' di Dumas figlio non narra le vicende di una prostituta che lo fa “per piacere a Dio”: non cogliere questi aspetti significa condannare la Valery alla punizione divina tramite turbercolosi, relegandola nell’angusto ambito delle peccatrici. Si può anche mutuare una vicenda secondo canoni meno trasgressivi, ma non stravolgerla completamente, affermando l'esatto contrario. Si finisce col ribaltare strumentalmente i contenuti per una stravagante abitudine a cambiare le 'carte in tavola'. Pur con tutta la simpatia del caso verso Giorgia Meloni, quando si è giuocata una 'carta', non la si può riprendere in mano: eccolo di nuovo qui, l’infatilismo ideologico delle destre. Un elemento che continua a fare 'capolino' ogni qual volta si tratta di saldare i propri conti con la Storia. Tutto ciò si traduce in uno 'strabismo' che induce le destre a guardare sempre all’indietro, a rimpiangere le donne chiuse in casa che non potevano lavorare, né tantomeno abortire. E via così, con “la buona cucina di una volta”, cioè quando morivamo di fame ed eravamo costretti a emigrare a milioni. Tutto ciò non fa altro che dar ragione a chi parla di “vaneggiamenti regressivi”. Siamo di fronte ad autentiche caricature della Storia, nel tentativo di inventare un’identità culturale immaginaria, che fa il gioco di chi vorrebbe azzerare quei diritti conquistati dopo decenni di lotte civili e battaglie politiche. Infine, si legittima una visione culturale secondo la quale i grandi Maestri debbono rimanere chiusi nei musei, affinché non vengano a prenderci per i piedi durante la notte. Una visione della Storia buona solo per celebrare riti tribali, come il sangue di San Gennaro che, quando non si scioglie, porta solamente sfortune e catastrofi. Per non parlare delle 'fisse adolescenziali' come quella per ‘La storia infinita’ di Michael Ende o nei confronti dello stesso Tolkien, le quali tendono a sostituire la Storia con il fantasy pur di evitare di fare i conti con la modernità e le sue complessità. Qui mancano, insomma, diplomazia ed elasticità, il gusto del paradosso e della provocazione intelligente, da utilizzare come antidoti alla grevità di una cultura autoreferenziale e moralistica. La cultura non è una 'cosa' da utilizzare come 'collante identitario' o per attrarre turisti, ma uno strumento di trasformazione delle persone e della società.





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Andrea - Bologna - Mail - lunedi 5 agosto 2024 9.48
Buongiorno, ho trovato l'articolo molto interessante e pieno di spunti, in particolare vorrei anche approfondire un significato di cui non sono sicuro: cosa si intende per "tradizione mutualistica", ovvero in quale accezione è utilizzato il termine "mutualismo" in questo contesto? Grazie se potrà chiarirmelo


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