Non è vero che la sconfitta abbia
un solo padre. Questa volta, le ragioni e le responsabilità del crollo della partecipazione sono tante e tutte di un certo spessore:
il Sud che non va a votare,
l’astensionismo propugnato dalla Chiesa che s’è avvalsa di un decisivo apporto laico,
una non adeguata e/o non mobilitante campagna per quei quattro (o tre) ‘Sì’ l’inadeguatezza, la
non credibilità laico-riformista dei postcomunisti, la
metamorfosi di Fi, da partito liberale di massa a partito a sovranità laica limitata e, soprattutto e tutti,
la crisi della politica rappresentativa che, come ha avvertito il “Riformista”, è
la sconfitta della sua autonomia, del suo ruolo di
mediazione, di arbitro fra i poteri forti dei quali è divenuta ancella e ai quali, per eccesso di zelo o di servo encomio, si attribuisce ora la definizione di istituzioni:
la Chiesa, la Confindustria, Mediobanca, Il Corriere della Sera, ecc. Verrebbe voglia di domandarci e di domandare dove siano finiti non soltanto
i laici ma
la politica tout court, che cosa rappresenti questa svolta, se una ennesima “trahison des clercs”, o, piuttosto, una ulteriore tappa
nella dimensione postmoderna e individualista.
E tutto intorno il vuoto, l’assenza dei partiti recisi alle loro radici, con l’immagine invero emblematica di
Giuliano Ferrara al Santuario della Madonna di Loreto con il “Figlio” sottobraccio al posto de il “Foglio”. Domandarci, insomma, che succede alla nostra democrazia dopo questa
prevedibile frenata, che racchiude e riassume la
storia di oltre dieci anni di bipolarismo, causa ed effetto della devastazione della politica, dell’annientamento dei partiti. Domande a un tempo utili e velleitarie, giacché la situazione attuale spiega plasticamente, intrecciandoli insieme,
la crisi della rappresentanza e il declino della nazione. Difatti, che ci si poteva attendere
da due poli speculari l’un l’altro, uguali e contrari, nato uno dall’antipolitica e l’altro dalla sete di vendetta e di annessione dei “vinti”, entrambi impossessatisi di tradizioni a loro sconosciute o nemiche e, dunque,
privi di credibili “partiti” che affondino le loro radici
nel liberalismo e nel riformismo, sia cattolico che socialista che liberale. La verità, nuda e cruda, è che la dispersione d’un ceto politico ha coinciso con la damnatio memoriae di partiti, leggi, fatti, persino di nomi gloriosi, come quelli
del socialista Fortuna e del liberale Baslini, o dei Nenni, dei Saragat, dei Malagodi lassù su quel palco, trenta anni fa, a difesa di un diritto civile nel referendum di Pannella per
il divorzio e poi per l’aborto. Nomi tanto evocativi quanto
lontani, quasi dissolti nel ricordo, che svaniscono cancellati via da una lavagna in cui altre sigle, altre denominazioni, altri soggetti non sono che la pallida, esangue, debole e, quasi sempre,
falsa immagine di quegli archetipi.
Articolo tratto dal quotidiano "L'opinione delle Libertà" del 14 giugno 2005