Le polemiche relative al noto comunicato del Miur sul cosiddetto ‘tunnel’ tra il Cern di Ginevra e il nostro laboratorio di Fisica nucleare del Gran Sasso derivano dall’infelice scelta di una parola (tunnel, per l’appunto) tramite la quale l’ex portavoce del ministro della Pubblica istruzione ha inteso descrivere il ‘fascio di invio’ di questi ormai famosi ‘neutrini’, a loro volta
rilevati - come spiega il professor Guido Altarelli del Cern nel nostro servizio di apertura qui a fianco – con circa 60 nanosecondi di anticipo rispetto alla velocità della luce. Nessun addetto dell’istituto ‘ginevrino’ ha dunque telefonato al nostro ente di fisica nucleare abruzzese avvertendo: “Tenetevi pronti, che oggi vi ‘spariamo’ un po’ di neutrini dentro al tunnel finanziato dal Governo Berlusconi con 45 milioni di euro”. Si è trattato, invece, di un esperimento ‘congiunto’, in cui il laboratorio italiano ha cercato di misurare, mediante il rilevatore di energia ‘Opera’, il ‘viaggio oscillatorio’ dei neutrini attraverso la crosta terrestre. L’approssimazione e la superficialità della ‘nota’ emessa dal Miur ha perciò evidenziato una delle più classiche ‘gaffe’ in cui può incorrere un portavoce, una figura professionale a mezza strada tra il mondo dell’informazione e quello della politica, un ‘filtro umano’ con la funzione di fornire un carattere di ufficialità e di controllo sulla forma comunicativa di un esponente istituzionale qualsiasi, specie se quest’ultimo riveste un incarico di rilievo. E’ fuor di discussione che quello del portavoce sia un compito assai delicato, in cui la scelta di ogni singola parola o lo spostamento di una semplice virgola all’interno di un comunicato stampa può dar adito a interpretazioni sostanzialmente distinte, se non addirittura opposte. Nella circostanza specifica, la ‘topica’ è tuttavia da porre in stretta relazione con il progressivo impoverimento della nostra koinè linguistica, un processo da imputare soprattutto alla particolare forma di ‘appiattimento omologativo’ del nostro linguaggio imposto dalle più moderne metodologie di comunicazione di massa. Detto in estrema sintesi, siamo di fronte a delle ‘formule linguistiche’ che, nel tentativo di avvicinarsi maggiormente alla società con lo scopo di coinvolgerla emotivamente, tendono a ridurre, quantitativamente e qualitativamente, il numero dei vocaboli da utilizzare, ricorrendo a subdole ‘sintesi di concisione’ finalizzate a nascondere complessi di inferiorità, incertezze, retaggi dialettali, sequenze ‘fàtiche’, basi culturali lacunose o meramente ‘di ritorno’. Svolgendo un ruolo di tramite fondamentale tra l’uso colto e letterario dell’italiano e quello della cosiddetta ‘lingua parlata’, il nostro mondo dell’informazione possiede, infatti, le sue belle responsabilità storiche nell’aver appiattito il nostro lessico quotidiano da linguaggio ‘letterario’ a mediocre idioma ‘tecnico-burocratico’. In una società immobile ma multiforme come la nostra, il numero di avvenimenti e di notizie degne di racconto aumenta a dismisura, ma la cosiddetta ‘tirannia degli spazi’ costringe da sempre i giornalisti a una sorta di ‘economia linguistica’, che va dai prefissoidi adoperati come sostantivi (neuro, frigo) alle combinazioni asindetiche (legge-stralcio, udienza-fiume, notizia-bomba), dalle ellissi con caduta di preposizione (vertenza-Fiat, busta-paga, ufficio-immigrazione), alla nominalizzazione degli aggettivi (i preziosi, l’utilitaria, il direttivo, i mondiali), dalla soppressione del complemento oggetto (il terzino passa al centro), alla sostituzione della proposizione relativa con singolari participi-presente (aventi diritto, facenti funzione). Tali forme di brevità allusiva riguardano spesso, se non soprattutto, la titolazione degli articoli, in cui imperversano i participi irrelati (Ucciso dalla mafia), gli astrattismi deverbalizzati (Consulto a Bruxelles), la bipartizione in enunciati distinti (Tasse: il solito rinvio), l’accorciamento da sineddotiche (Washington rifiuta il dialogo), la caduta del verbo principale (L’Oscar a Roberto Benigni), l’infinito gnomico (Salvare Venezia), l’avverbio interiettivo (No all’autoritarismo), la falsa apposizione (Ivan Basso vincitore inatteso). La concisione, insomma, nel nostro stravagante genere di giornalismo la si ottiene quasi esclusivamente tramite brutali ‘potature morfologiche’. E le differenti esigenze di ‘condizionamento’ delle notizie evidenziano una sintassi ormai quasi totalmente priva di regole, in cui la coordinazione per incidentali convive con l’ipotassi multipla, i costrutti nominali con i verbi fraseologici, i periodi uniproporzionali con i congiuntivi retti dai “sembra” o dai “si ritiene”. In tutto questo caos non manca, inoltre, un pesantissimo afflusso di ‘forestierismi’ totalmente esogeni rispetto al contesto della società italiana: i ‘blue-jeans’, il ‘copywryter’, il ‘ghost-wryter’ o il ‘free lance’ sono abitudini, cose e professioni importate da società più evolute della nostra, che cioè non erano minimamente previste nella lingua italiana perché proprio non esistevano. Dunque, possono essere designate solo con termini stranieri di difficile comprensione, a parte i casi, a dir il vero assai poco numerosi, dei ‘prestiti adattati’, come per esempio le parole ‘grattacielo’ o ‘editoriale’. La cronaca, infine, quella composta da omicidi, incidenti, processi, rapine e gare sportive, in genere rappresenta eventi che finiscono tutti col rassomigliarsi e che interessano quella fascia di ‘fruitori’ maggiormente contagiati dalle attuali tecniche di comunicazione post-ideologica. Di conseguenza, la via migliore per rappresentarli diviene quella di ‘colorirli’ con forme di aggettivazione enfatica (tragica fatalità, imprudenza criminale, barbaro delitto, innocente gioco trasformatosi in tragedia) e la maniera di stenderne il resoconto obbedisce a uno schema ‘fisso’ (il colpevole, la vittima, il complice, i soccorritori) ad altissimo grado di fossilizzazione e di ripetitività. In conclusione, grazie a questo nostro giornalismo ‘antirazionalistico’, emotivo, stoltamente ‘di pancia’, la gente parla di più in italiano rispetto alle vecchie forme dialettali di origine, ma si esprime sempre ‘peggio’. Com’è logico succeda a un amalgama linguistico che non viene governato in alcun modo e che procede per forme di ‘agglutinazione cellulare’ assolutamente spontanee, sottratte a qualsiasi forma di controllo culturale. Una funzione, quest’ultima, che dovrebbe essere esercitata proprio dall’istituzione scolastica pubblica, anziché esser delegata esclusivamente alla comunicazione giornalistica. Per farla breve, il portavoce di un ministro viene nominato dal ministro stesso attraverso un decreto che possiede gli effetti giuridici di un regolamento legislativo e che, dunque, risulta ‘fonte’, seppur secondaria, di diritto. Ecco, perciò, la vera anomalia dell’episodio in oggetto: a dimettersi non doveva essere semplicemente il portavoce, bensì il ministro in persona, giuridicamente e istituzionalmente responsabile per ogni singola scelta o decisione presa.