Francesca BuffoA Venezia, a distanza di un anno, dell'assenza di emozioni nel cinema italiano non se ne parla più e il premio della Giuria viene assegnato al toccante film di Emanuele Crialese ‘Terraferma’, ispirato alla vicenda vera di un viaggio drammatico di clandestini verso le coste italiane. Un realismo che sfiora il grottesco con la recitazione di Timnit T, che interpreta se stessa ripercorrendo l'orrore di quei 21 giorni che, probabilmente, le resteranno impressi come un marchio indelebile nell'anima. Unica donna sopravvissuta, bevendo urina, al naufragio del gommone in cui sono affogate settanta migranti. E c'è anche chi si è posto il perché della sua assenza alla mostra del Cinema: troppo difficile da capire, per chi vuole lo show a tutti i costi, che il suo bellissimo volto segnato dallo sfinimento della sopravvivenza oltre ogni limite – senza alcun artifizio di trucco scenico – rappresentava i volti sconosciuti di tutti quelli che non ce l'hanno fatta o che non ce la faranno in futuro: nomi, volti e speranze che resteranno anonimi al mondo. Uno spaccato di realtà che Emanuele Crialese ha saputo intrecciare con una storia italiana attingendo a un profondo sud ben poco esplorato dalla televisione o dal cinema ‘nostrani’ e, forse, in via di estinzione. Il risultato è uno spaccato di contemporaneità che attinge al sapore antico dei valori e della coscienza di una società che, in realtà, troppo spesso è ben diversa. Un film sulla solidarietà che propone un proprio punto di vista sulla storia dei migranti. Non l'unico, perché sul tema dell'immigrazione sono stati prodotti oltre 10 dei film presenti in concorso, tanto da far ipotizzare la nascita di un ‘genere’ in sé. Ma le verità, in Italia, hanno sfumature tutte particolari. In pochi hanno il coraggio di ammettere che quando si propongono progetti e si cercano finanziamenti i problemi dell'immigrazione sono temi che agli investitori piacciono, perché c'è un ritorno di immagine: meglio un progetto formativo rivolto ai ragazzi stranieri piuttosto che a quelli delle periferie cittadine. Una verità scomoda: meglio sottolineare gli sprechi della 'casta' occultando le centinaia di migliaia di euro che si investono per iniziative che passano sotto i riflettori di una bella conferenza stampa, con relativi articoli e interviste sui quotidiani nazionali. Uno spettacolo mediatico nel quale tutti appaiono bravi, buoni e belli. Ma di come verrà realmente realizzato il progetto e sulla sua reale capacità di produrre qualche differenza non si occuperà più nessuno. E, nel risultato finale, ciò che dovrebbe raccontare qualcosa di noi italiani diventa la storia di altri. Il Paese che viviamo non trova autori perché non è facilmente descrivibile. Perché non è politicamente corretto ammettere che la ‘terraferma’ è anche il desiderio di stabilità di tantissimi giovani italiani che contano il singolo euro e fanno i salti mortali per il necessario (il superfluo non ricordano neanche più cosa sia…). E’ complicato e fors’anche pericoloso, perché quando si racconta la verità una posizione bisogna prenderla. Gli autori preferiscono descriverci come un popolo che si sente accerchiato dagli stranieri, dato che in più di dieci anni la migrazione è salita del 100%. Ma delle nostre reali angosce quotidiane meglio non parlarne. Dal malessere che sfocia nel disagio sociale, nella violenza, non è possibile trarre belle storie. Anche se poi di soggetti interessanti, tutto sommato, ne vediamo tutti i giorni proprio per la nostra innata capacità di ‘reiventarci’ e di arrangiarci di fronte alle necessità. Persino sulla famiglia italiana che ha assunto un nuovo volto ci sarebbe tanto da raccontare. O degli adolescenti che vivono di tecnologia e mancano di senso pratico. Su quelli che il '68 non sanno neanche che cos'è, poiché di tale informazione possono fare tranquillamente a meno, perché la loro visione del mondo è tutta imperniata sull'oggi, sul “tutto mi è dovuto”, possibilmente subito. Sull'idea travisata di una libertà nella quale un ‘trentenne’ può urlare le sue ragioni a un ‘settantenne’ insultandolo e sputandogli addosso per una stupida lite al semaforo (il vecchietto lo ha inseguito e gli è passato sopra con l'auto due volte, uccidendolo…). Il verismo italiano non ha possibilità di risorgere finché l'unica realtà che si vede di noi e in noi è quella di una massa di ‘sfigati’.


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ARBOR - MILANO - Mail - venerdi 16 settembre 2011 18.43
Prova a rivedere "Rocco e i suoi fratelli" e forse capirai che il tuo compitino strappalacrime non ha significato alcuno. Così va il mondo ed è inutile/superfluo cercare di dare delle spiegazioni.
L'unica cosa che possiamo augurarci è che quelli invece di affrontare i disagi delle migrazioni per cercare un mondo basato sui consumi (il nostro), decidano di restare a casa loro per sviluppare delle società più giuste di quelle attuali e spendano le loro energie per rendere i loro paesi gradatamente più simili ai nostri, che purtuttavia non sono certo il meglio.
Cosa ne sarà dell'Africa subtropicale quando le giovani generazioni si saranno tutte trasferite al nord e saranno integrate (indossando scarpe e magliette firmate) ? perchè questo è quello che cercano, non sfuggire dalla fame e dalle dittature che cento anni fa non c'erano. In pratica preferiscono correre il rischio di morire di stenti su una barca pagando mille euro piuttosto che impegnarsi politicamente e fare delle loro società quanto abbiamo fatto noi in passato.


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