Nel nostro Paese continua a crescere la spesa pubblica improduttiva, peggiora la qualità dei servizi, aumenta l’inquinamento ambientale, si aggrava la crisi della scuola e delle istituzioni educative. E siamo altresì costretti ad assistere ad un fenomeno di generale ‘inebetimento’ di massa grazie a programmazioni televisive che hanno eletto l’idiozia, l’opportunismo e la strumentalizzazione propagandistica a norma di legge. La questione politica principale diviene perciò quella di cominciare a distinguere, sin dall’immediato, i problemi sociali più cronici - che possono essere guariti solo attraverso interventi programmabili sul lungo periodo - rispetto alle disfunzioni a cui porre rimedio con la semplice attività legislativa o amministrativa. L’intera sinistra italiana deve cominciare a mettersi in testa che il ‘nodo’ di fondo per riuscire a presentarsi ai cittadini in quanto alternativa politica credibile é quello del ‘non governo’, della desolante incapacità del nostro attuale ceto politico di affrontare e risolvere anche i problemi più semplici. Il fulcro teorico del dibattito sin qui sviluppatosi all’interno del Partito democratico, ad esempio, deve abbandonare le mere generalizzazioni astratte, al fine di convergere verso la ‘strutturazione’ di una vera cultura progressista ‘di governo’, in grado di delineare un’idea veramente nuova di società. Una riflessione che potrebbe prendere spunto dal tema di un coraggioso superamento del maligno intreccio tra interessi pubblici e privati esistente nel nostro Paese, una commistione che ha trasformato imprese, banche, enti pubblici, università e organi di informazione in veri e propri ‘accampamenti lottizzati’. Ciò rappresenta, infatti, con assoluta evidenza, la causa primaria della ‘cattiva’ politica a cui stiamo assistendo, ormai, da troppi anni. In secondo luogo, è stato speso molto tempo e ingegno, in passato, nel tentar di capire in quale modo riformare le nostre istituzioni: tutte idee lodevoli, che tuttavia possono tornare al centro di una riflessione più concreta soltanto se si riuscirà a trasmettere agli italiani una nuova capacità collettiva di governare il Paese già nell’ordinaria amministrazione. La qual cosa significa: dimostrare il coraggio di voler tagliare la spesa pubblica al fine di studiare un nuovo assetto complessivo del nostro sistema di welfare. Il tema di una riduzione del personale della Pubblica Amministrazione del 3% annuo, ad esempio, potrebbe rappresentare una presa di posizione precisa, impopolare nei suoi termini corporativo – sindacali, che tuttavia potrebbe essere accolta con una certa attenzione dai cittadini, interessati ad avere istituzioni più rapide e ‘snelle’. Senza contare che una decisione di questo genere comporterebbe, per lo Stato, un risparmio di circa 25 miliardi di euro l’anno. La questione, infatti, non si aggira intorno ad un’idea di riduzione della spesa pubblica in quanto valore assoluto, bensì di una sua crescita mantenuta al di sotto del reddito. In termini strettamente finanziari, laddove lo Stato è costretto ad intermediare il reddito nazionale con la spesa corrente non può verificarsi alcun effetto ‘moltiplicatore’, ma solamente una redistribuzione di danaro che si rivela sostanzialmente sottratto a possibili interventi sull’economia reale. Dovendo inoltre affrontare una prospettiva di forte decentramento delle funzioni statali, quel che si rischia veramente è la possibilità di future interpretazioni ‘distorte’ del ‘policentrismo decisionale’, che finirebbero col ridurre ulteriormente la produttività dell’amministrazione pubblica, generando più danno che altro. Viceversa, una crescita dell’occupazione innescata da un più veloce aumento del reddito conseguente ad una riduzione delle tasse – possibile soltanto per mezzo di un calo ‘sistemico’ della spesa pubblica – darebbe un risultato 4 volte maggiore rispetto alla perdita occupazionale dettata dall’ipotesi di partenza. Ciò sulla base di un’elasticità media dell’occupazione, rispetto al reddito, pari a 0,3, ovvero sostanzialmente identica a quella registrata in Italia negli ultimi 6 anni. Con tassi di crescita della spesa come quelli attuali, non lontani dal 5% annuo, diviene francamente impossibile riuscire a mantenere sotto controllo il bilancio pubblico. Pertanto, se si vuole cominciare veramente a realizzare un’operazione che Berlusconi promette ormai da un decennio ma che proprio non gli riesce di fare – una forte riduzione di tasse e balzelli alle imprese - non v’è altra alternativa se non quella di un blocco della crescita della spesa corrente al netto degli interessi, operazione sino ad oggi tentata senza alcuna programmazione finanziaria e sulla base di emergenze del momento. Presentare ai cittadini un’intento di questo genere potrebbe cominciare a trasmettere l’idea di una nuova politica progressista che vuole uscire dal proprio immobilismo, che cerca di aprirsi anche verso settori tradizionalmente conservatori dell’elettorato. Una spesa pubblica improduttiva e regolarmente fuori controllo non ci permette di abbattere il debito nazionale, impedisce quegli interventi strutturali sulla spesa corrente che avrebbero effetti di crescita significativi sulla nostra produttività media nazionale, rende impossibile andare ad intaccare significativamente la disoccupazione giovanile o rilanciare la ricerca scientifica. Con un debito pubblico che, tenendo conto del passivo non contabilizzato, supera ormai il centoventi per cento del reddito nazionale, una decisione di siffatto genere appare la sola politica praticabile – ed effettivamente liberale – in grado di avviare un nuovo ciclo di sviluppo che potrebbe riflettersi sull’intero sistema macroeconomico e produttivo italiano. La versione italiana del ‘welfare state’ da sempre viene finanziata attraverso il versamento di contribuzioni previdenziali che producono effetti di redistribuzione favorevoli ai ceti medio – alti. Questo accade a causa di una cronica disparità di trattamento nei prelievi tra lavoratori dipendenti, liberi professionisti, commercianti, artigiani e altre categorie. E spesso siamo costretti a prendere atto che, sulla ‘carta’, esisterebbero imprenditori, commercianti e artigiani che dalla propria attività ricavano, nell’arco di un anno, un reddito inferiore a quello di una maestra delle scuole elementari. La stessa fiscalizzazione degli oneri sociali, a cui si è ricorsi in numerose manovre finanziarie del passato, raramente ha rappresentato una metodologia di sgravio in grado di trasferire quote sensibili di reddito verso i ceti subalterni. E ciò rappresenta un demerito che spetta a tutti i governi che si sono succeduti dalla fine degli anni ’80 del secolo scorso sino ad oggi. Insomma, io non credo si possa arrivare alla nascita di una nuova cultura progressista di governo se la sinistra italiana continuerà a presentarsi come un’accozzaglia di forze politiche massimaliste che non intendono modificar nulla. In tempi in cui è divenuto assai difficile distinguere i provvedimenti di un governo conservatore da quelli di un esecutivo progressista, limitarsi a identificare alcune figure di riferimento quali quelle dei fratelli Rosselli, di Piero Gobetti, di Max Weber, di Don Sturzo, di Ralf Dahrendorf rappresenta solamente una velleità mediatica, un artifizio che dimostra soltanto la grave mancanza di elaborazioni politico - culturali effettivamente centrate e innovative. Un moderno liberalismo di sinistra, attento alle nuove discriminazioni che la società sforna a getto continuo, nonché aperto verso i temi laici delle nuove libertà pubbliche, gioverebbe al nostro Paese assai più di una ‘melensa’ formazione democratica all’americana. Poiché il vero ‘nocciolo’ della questione è divenuto esattamente questo: verificare la possibilità di mettere in campo una nuova ‘dottrina’ dotata di un alto grado di ‘idealismo civico’, che possa liberare nuove energie e nuovi linguaggi verso una laicità incentrata su coraggiose metodologie di liberalismo sociale. Ma per elaborare un’idea di società di siffatto genere diviene altresì necessario riallacciarsi ad impostazioni culturali e tradizioni capaci di generare un rinnovato sentimento collettivo nazionale. Si dovrebbe, cioè, ritrovare un ‘idem sentire’ tra tutte le forze progressiste, un qualcosa che possa svolgere la funzione di minimo comune denominatore. Anche, ad esempio, decidendo di affrontare ‘di petto’ le grandi questioni riguardanti la povertà e lo squilibrio di ricchezza tra Nord e Sud del mondo senza necessariamente incorrere in un ‘terzomondismo modaiolo’ o puramente mondano. Insomma, trovate le nuove ‘chiavi’ interpretative, ne può derivare l’idea di una nuova grande sinistra riformista e democratica, in grado quanto meno di tratteggiare una società diversa, aperta, dinamica, in cui i mutamenti possano avvenire ad una maggiore velocità e, allo stesso tempo, seguendo un certo ordine, un nuovo senso della collettività che non si presenti come un qualcosa di ‘schiacciante’ verso i diritti e le libertà dei singoli individui.