
La scuola italiana di oggi
istruisce a malapena i nostri giovani e
non li educa. Ma cosa s’intende con la parola
educazione? Non si è sempre detto che il vero
‘segreto’ per comunicare contenuti ai nostri allievi sia quello di
coinvolgerli senza ricorrere a
pedagogismi esasperati? Sì, certo: ci dev’essere una comunicazione
‘passionale’, ovviamente ben dosata, da parte dei nostri insegnanti. Ma in termini di
indirizzo, la scuola italiana deve ampliare i propri
‘metri di giudizio’. Sino a oggi, infatti, nelle scuole italiane si è sempre e solo valutata l’intelligenza dei ragazzi unicamente sul
metro ‘logico-matematico’. Un
‘metro unico’, praticamente, che ha generato intere schiere di
qualunquisti che ragionano
speculativamente, prendendo solamente ciò che
piace o che
conviene di una materia qualsiasi. Oppure, solo ciò che li
colpisce o li
suggestiona. Soprattutto nelle materie
umanistiche, si finisce con l’ottenere una
formazione ‘segmentata’: ci si ricorda di
Giulio Cesare, forse di
Ottaviano Augusto, Marcantonio e
Cleopatra. Dopodiché, si finisce in un sol colpo a
Costantino e alla solita leggenda
dell’apparizione della croce cristiana – che in realtà fu la scia di un
meteorite divisosi in tre parti - nei cielo notturno di
Saxa Rubra, dove il futuro imperatore risultava accampato la sera precedente lo scontro di
Ponte Milvio contro
Massenzio. Persino le vicende di
Gesù Cristo in
Palestina vengono
saltate a piè pari, quasi
delegando al catechismo di definirne il contesto storico. Insomma, la questione di colmare le varie
lacune viene, in larga parte, affidata
all’alunno medesimo. Il quale, se avrà voglia di approfondire,
bene; altrimenti,
pazienza. Il
metro logico-matematico non è da eliminare totalmente: non stiamo teorizzando una
rivoluzione pedagogica. Stiamo semplicemente affermando che esso non è il solo e unico metodo di insegnamento. E’ invece necessario cominciare a
distinguere le
intelligenze degli alunni, che non sono tutte
uguali, omologate e
standardizzate. Esistono anche le
intelligenze artistiche, quelle
psicologiche, quelle
fisiche e, persino, quelle
musicali. Il grande
Wolfang Amadeus Mozart cominciò a battere sui tasti di un
clavicembalo ancor prima di imparare a
leggere. A soli
4 anni compose i suoi primi
‘andanti allegri’ e
‘minuetti natalizi’. E a
sei anni venne chiamato a esibirsi ufficialmente in concerto innanzi alla corte di un principe bavarese. Egli era dotato di
un’intelligenza musicale, basata su una capacità mnemonica eccezionale nel riconoscere i suoni e su quello che, ancora oggi, viene definito:
“Orecchio assoluto”. Stiamo parlando, certamente, di un caso molto particolare:
“Un miracolo che Dio ha fatto nascere a Salisburgo”, diceva sempre il padre,
Leopold Mozart, ad amici e conoscenti. In ogni caso, l’indole del
giovanissimo Mozart si segnalò subito come fattore peculiare,
non omologabile all’interno di una
logica omnicomprensiva, militare, religiosa o
ideologica. Esistono, inoltre, anche le
intelligenze fisiche: un ragazzo dotato di
intuito calcistico in grado di fargli calcolare, in una frazione di secondo, la perfetta corrispondenza tra distanza e potenza di un
‘tiro’, appartiene a questo tipo di
‘talenti’ fisici. Nei
licei americani, il
basket mantiene un proprio spazio ben preciso all’interno dell’orario scolastico, svolgendo un ruolo di
emancipazione e di
educazione valoriale non di poco conto. Infine, esistono anche
altri tipi di intelligenze, che tendono a
mescolarne più d’una tra loro. Come storicamente accaduto nei casi di
Carla Fracci o
Rudolf Nurejev, che seppero portare a sintesi la loro
agilità fisica e, al contempo,
artistica. Si dovrebbe, insomma, individuare un serie di
'doti naturali', per dirigere solamente in seguito gli alunni verso la conoscenza
logico-scientifica, ribaltando l’ottica d’insegnamento, anziché
imporla dall’alto, come se esistesse una
gerarchia fissa tra le distinte materie. Se non si è in grado di riconoscere le reali caratteristiche dei singoli allievi, è chiaro che molti di loro
faranno fatica nei loro studi. Bene: detto tutto questo, l’idea di
merito che da più parti si sta criticando in questi giorni, a causa della nuova denominazione stabilita per il dicastero di
viale Trastevere, non dev’essere una forma di
selezione ‘elitaria’ degli studenti, né una riedizione del
classismo imperante negli
anni ’50 del secolo scorso, bensì un vero e proprio
‘ribaltamento’ del metodo educativo, tendente a eliminare la
barriera divisoria tra
docente e
discente, tra
allievo e
maestro, per individuare una nuova forma educativa in grado di trasformarsi in
responsabilizzazione individuale, ridando valore a termini come
sacrificio, applicazione, costanza di apprendimento, nutrimento culturale derivante da interesse e passione. Detto in termini
‘gentiliani’: per innescare un processo di
autoeducazione in grado di appassionare gli alunni a ciò che percepiscono come
scelta interiore, istinto che si evolve in
sentimento, capacità di discernere quel che è giusto da ciò che non lo è. Non si tratta di forme valoriali da imporre secondo
schematismi o
regole ferree, come nel caso della
pedagogia marxista dell’Unione Sovietica, né di
anarchie libertarie difficilmente gestibili. Al contrario, si sta parlando di
‘merito’ basato sulla capacità individuale di
darsi un metodo, liberando i nostri giovani dal
torpore indifferente e
‘cafone’ della
‘società liquida’. I nostri ragazzi sono indifferenti perché, avendo tutto,
non desiderano più nulla e non soffrono di
mancanze. La nostra
ignoranza dei tempi attuali è cioè quella di averli immersi in una sorta di
presente assoluto che genera incertezza nei confronti del
futuro, divenuto
imprevedibile, incerto, psicologicamente inquietante. Insomma,
l’autoeducazione non corrisponde a una
pedagogia inesistente o eccessivamente
libertaria. Al contrario, essa deve condurre il singolo allievo a uscire dallo
stadio della pulsione, per trasportarlo nel territorio dei
sentimenti. Sottostimare gli
aspetti psicologici dell’insegnamento significa condannare i nostri figli a competere con gli altri compagni di classe nel
bullismo, nello
stupire a tutti i costi, verso
comportamenti forzati e
sleali, che
escludono l’Altro quando esso è più debole o bisognoso di aiuto. Dobbiamo uscire da
un’educazione pulsionale la quale prevede, tra l’altro,
sistemi sanzionatori o di punizione a dir poco odiosi, al fine di dirigere i nostri figli verso la
maturazione emotiva, insegnando loro a
elaborare i propri sentimenti, educandoli a percepirli: siamo distanti intere galassie dal
semplicismo ‘mussoliniano’ del
“libro e moschetto”. I nostri ragazzi debbono sviluppare una
risonanza emotiva dei propri comportamenti, al fine di
autoeducarsi. Un bel giorno, i concetti di
bene e
male, di
giusto o
sbagliato, potremmo persino
smettere di definirli in quanto pensieri che si possono
“sentire naturalmente da sé”, per dirla con
Immanuel Kant. Dobbiamo trasportare i
‘bulli’ dalla pulsione all’emozione, per fare in modo che essi imparino a percepire da soli quale sia il
comportamento corretto, distinguendolo rispetto a quelli scorretti. Questo significa insegnare
il merito con merito: un
“pensiero che pensa se stesso”. Soprattutto, nelle scuole primarie e secondarie.