Francesca BuffoLa legge sul divorzio, approvata il 1° dicembre del 1970, e il referendum tenutosi 4 anni dopo furono due ‘appuntamenti’ determinanti per l’evoluzione futura della società italiana. Si trattò di una ‘svolta’ per il nostro Paese, uno dei primi importanti elementi di modernizzazione dell’assetto sociale venutosi a determinare dopo la seconda guerra mondiale. Si potrebbe dire altrettanto della legge sull’aborto e dell’apertura che negli ultimi cinquant’anni c’è stata verso le differenze razziali e le preferenze sessuali. Molte sono state le voci del ‘900 che hanno contribuito ad ampliare i termini di confronto e a creare i pilastri di ciò che per noi del ‘68 e ‘78 rappresenta la modernità, mentre per i nostri figli è la normalità. Ogni settimana intervisto rappresentanti di quell’Italia ‘del fare’ che manda avanti, spesso in modo invisibile, il Paese. Quando li contatto non mi preoccupo mai se ‘abbracciano’ degli ideali di destra o di sinistra. Per me sono solo italiani. Lo so che, a volte, i rispettivi punti di vista possono essere totalmente diversi, ma questo non è un problema, perché nella sostanza quasi tutti sono animati dai medesimi principi e obiettivi: una società migliore, la tutela della famiglia e della vita. Ho incontrato giovani musicisti, formatisi nei centri sociali, che educano alla musica bambini nelle scuole medie e lavorano a progetti di integrazione sociale nei campi rom; insegnanti da mille euro al mese che combattono a Scampia per cercare di ‘strappare’ i giovanissimi alle ‘cosche’ e alla vita di strada; giornalisti che si sono impegnati nella tutela delle imprese e dei cittadini sposando la causa dei precari, o di chi è stato danneggiato dagli istituti di credito. Ho ascoltato le diverse esperienze di alcuni rappresentanti del Movimento per la vita che, pur attribuendo alla legge sul divorzio l’attuale crisi della famiglia e continuando a rifiutare l’idea dell’aborto, ogni giorno operano nel sociale e nel volontariato per sostenere chi si trova in difficoltà: famiglie disgregate, giovani donne che dopo l’interruzione di gravidanza sono state lasciate a loro stesse senza alcun supporto psicologico. Sono tutte esperienze diverse, sono tutte brave persone, nelle quali ho sempre riscontrato anche un certo senso etico e morale, al di là della laicità o modernità effettiva. Eppure, esiste anche un’altra Italia, quella che non vuole cambiare. La percepisco nelle parole di alcune signore del sud che sostengono che la donna è fatta per stare a casa mentre l’uomo può andare al bar, se non è a caccia di ‘gonnelle’ perché il maschio è ‘cacciatore’: è nella sua natura. Difendono il premier e, per questo, finiscono in televisione a fregiarsi della loro arretratezza. Mi piacerebbe che qualcuno le intervistasse sul burqa: sono sicura che di colpo diventerebbero delle accanite femministe. Che dire poi dei ‘berlusconiani’ maschi? C’è chi è arrivato a sostenere che anche alcuni papi avevano condotto vite tutt’altro che morigerate. Inutile parlare, con questo ‘popolo’, di laicità (termine che spesso si fa coincidere con modernità), perché a quanto pare capiscono solo la liceità.




(articolo tratto dal sito www.periodicoitalianomagazine.it)
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luigi bellandi - montecatini terme - Mail - martedi 12 aprile 2011 16.35
Non sono d'accordo, mi pare che sia stata fatta un esame troppo frettoloso. La società italiana è molto più variegata e costringerla in due/tre tipologie è assoluta-mente riduttivo.
Si può essere laici, non misogini e quant'altro e, nello stesso tempo, avere idee di modernità.


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