
Intervista a una delle colleghe più 'in gamba' della capitale, che nel suo ultimo libro è tornata ad analizzare, con grande spessore sociologico, la figura più iconica e controversa della letteratura francese: quella di Emma Bovary
'Le tentazioni di Madame Bovary' (Edizioni Croce) è il nuovo romanzo di Serena Maffìa. Un’autrice tornata a riflettere sulla figura femminile più iconica della letteratura francese del XIX secolo: quella di una donna che proprio non riesce a rimanere nel recinto maschilista ed è attratta dal piacere come fosse una promessa di salvezza. Perché Emma Bovary è una donna che sogna amori travolgenti, corpi ardenti, parole capaci di incendiare la monotonia. Ogni gesto, ogni incontro diventa per lei un’esperienza sensoriale intensa, quasi febbrile. Ma tutta questa passionalità non è un mero desiderio erotico, bensì fame di bellezza, di emozioni assolute, inseguendo il piacere in quanto ideale romantico. Ma il merito della Maffìa è un altro: è riuscita a chiarire definitivamente ai lettori che il vero obiettivo di Gustave Flaubert non era quello di scandalizzare a tutti i costi, dileggiando la sua protagonista in quanto 'libertina', bensì quello di colpire i romanzi 'rosa' di fine ottocento, i quali ebbero un influsso negativo sulle fantasie di tante donne borghesi a lui contemporanee. Inoltre, la visione critica della protagonista diviene un pretesto per deridere quella borghesia di provincia che circondava Emma, opprimendola o prendendosi giuoco della sua ingenuità. Madame Bovary, insomma, non è mai stato il racconto pruriginoso di una moglie di facili costumi: è l’intero microcosmo sociale, quello al centro dell’analisi di Flaubert, dove impera l'egoismo maschile, sempre pronto ad approfittare di ogni ingenuità in quanto punto debole e non come valorizzazione della sensibilità artistica e romantica di una ragazza niente affatto 'leggera'. La versatile Serena Maffìa è un’autrice, giornalista, sceneggiatrice, drammaturga e artista italiana che ha lavorato per Mediaset, Rai, il Centro Poesia Roma, il Centro Ricerca e Spettacolo, il Teatro Bianco e lo Ied. Ha diretto le riviste di poesia 'Polimnia' e 'Mosaico' a Rio de Janeiro. Giornalista per il Campidoglio, Unla Ucsa, Delta, Vespina, Chilometri, EuroComunicazione, Giornalisti Italia e altre testate, oggi si è trasformata anche in regista di spettacoli teatrali, musicali e cortometraggi sociali. Per tutti questi motivi, abbiamo voluto incontrarla per parlare, ancora una volta, di lei: di Emma Bovary.


C'è un interessante post dell'ex presidente della Regione Toscana, Enrico Rossi, che illustra, anzi sollecita, un 'mini-esodo' dal Pd verso un nuovo soggetto politico moderato, di cui la fuoriuscita di Marianna Madia dovrebbe essere solo la prima mossa. Dice Rossi: "Una sorta di nuova Margherita, autonoma ma saldamente alleata con il Pd, non per indebolire il Pd, ma per presidiare un'area decisiva per la vittoria". Noi pensiamo che questa cosa si farà. Anzi, pensiamo che il tanto disprezzato Renzi sia già freneticamente in movimento. Ci permettiamo solo di segnalare che, con questa genesi e questa prospettiva, non si dà vita a un'area riformista autonoma e 'terzopolista', in grado di stimolare e condizionare gli altri due poli, ma si mette in piedi la versione aggiornata 2.0 degli utili idioti.


Inghilterra, XVIII secolo: un uomo viene impiccato in una piazza gremita di gente e, mentre esala gli ultimi respiri, ha un’erezione, ben visibile agli occhi di alcuni adolescenti che lo sbeffeggiano. Si apre così la nuova trasposizione del classico di Emily Brontë, 'Cime tempestose', attualmente nelle sale cinematografiche. Diretta dalla regista britannica, Emerald Fennell, la pellicola mette subito in evidenza lo stretto legame tra eros e thanatos, tra passione e morte, che caratterizzano in modo autodistruttivo la classica e intramontabile storia d’amore tra Catherine ed Heathcliff. Nell’incipit, ritroviamo i due in età fanciullesca, abitanti di una magione collocata in una landa desolata della brughiera inglese, dove c’è un’aria quasi infernale che puzza di degrado, marciume e sporcizia.




L’intelligenza artificiale prende sempre più spazio nella nostra vita. E il suo impiego, in medicina, è una delle innovazioni più promettenti. A partire dagli anni ’70 e ’80 del secolo scorso, i ricercatori hanno iniziato a sviluppare programmi informatici pensati per imitare il processo decisionale di un essere umano in ambito scientifico. Uno dei primissimi esempi è stato Mycin: un sistema di intelligenza artificiale elaborato alla Stanford University, negli Stati Uniti, per diagnosticare infezioni batteriche nel sangue e consigliare trattamenti antibiotici. Nei successivi anni ’90, l’intelligenza artificiale ha cominciato a sfruttare l’apprendimento automatico (il 'machine learning', ndr): una delle tecniche alla base dell’apprendimento dell’Ia per analizzare dati medici complessi. I progressi nella digitalizzazione dei dati sanitari, come le cartelle cliniche elettroniche e le immagini diagnostiche, hanno fornito una base di dati decisamente ricca, funzionale ad addestrare modelli di Ia. Ma è stato solo negli ultimi 20 anni che l’intelligenza artificiale ha rivoluzionato la medicina, grazie all’avvento dell’apprendimento profondo (deep learning) e delle reti neurali (modelli computazionali dell’Ia ispirati al funzionamento del cervello umano). L’apprendimento profondo è un’altra tecnica dell’Ia usata per analizzare dati complessi.

Come per le medaglie, anche il fenomeno dell’immigrazione, al centro dell'attenzione di questi anni, non può essere letto solo da un lato. E il rovescio della medaglia migratoria è l'emigrazione. Sono due aspetti dello stesso problema: lo spostamento verso un luogo o da un luogo, spinti da un sogno, dalla necessità, dalla paura, dalla speranza di trovare un posto migliore in cui poter fare crescere i propri sogni. Noi stessi siamo, oggi, il Paese con un numero molto alto di cittadini residenti all'estero. E, infatti, molti dei nostri giovani escono dai confini alla ricerca di nuove opportunità. Per noi sono figli, fratelli, genitori, compagni o amici che se ne vanno, ognuno di loro spinto da qualcosa. Ma, nelle destinazioni di arrivo, sono altre persone che entrano. Questo sentimento vale per tutti. Tutti coloro che si spostano, per fuggire da qualcosa e verso qualcos'altro, possono essere visti con compassione e umanità, come un valore aggiunto, oppure con paura e sospetto. Quando lasci il tuo Paese sei un emigrato, ma quando arrivi in un altro sei un immigrato. Anche l'Italia ha una lunga storia di emigrazione: siamo, da sempre, terra di partenze. Oggi, vanno via i giovani laureati, formatisi nelle nostre università, alla ricerca di retribuzioni migliori o per ottenere maggiori soddisfazioni: la cosiddetta "fuga di cervelli". Nel dopoguerra, invece, si spostarono intere famiglie per lavorare nelle fabbriche del nord. Tra la fine del XIX secolo e lungo quasi tutto il XX, soprattutto tra il 1880 e dopo la prima guerra mondiale, il nostro flusso migratorio ha visto più di 4 milioni di italiani lasciare le proprie terre per tentare la fortuna altrove. E’ stata definita: la 'Grande emigrazione'.

I ricordi non chiedono permesso: riaffiorano all’improvviso, portando con sé voci, volti e strade che credevamo lontane. E' con questa intensità che 'Fuori e dentro il borgo', libro d’esordio di Luciano Ligabue, è tornato ufficialmente in libreria dal 5 maggio in una nuova edizione rivista e ampliata, pubblicata da Mondadori, a trent’anni esatti dalla sua prima apparizione. Per lungo tempo assente dagli scaffali, quasi trasformato in oggetto di culto tra i lettori più affezionati, il volume è di nuovo disponibile, pronto a riconquistare chi lo aveva amato e a farsi scoprire dalle nuove generazioni. E’ una riedizione, una restituzione emotiva. E’ un’opera che torna a vivere, mantenendo intatta la sua capacità di parlare al cuore. Tra le pagine si snodano 50 storie, che portano il lettore dentro e fuori la provincia, dentro e fuori se stesso. E’ la Correggio della giovinezza di Ligabue a farsi scenario e sostanza narrativa: un microcosmo popolato da volti autentici, relazioni imperfette, sogni acerbi e inquietudini silenziose. Qui, la memoria si intreccia con l’identità, mentre la musica, presenza costante, diventa linguaggio e rifugio. I racconti restituiscono con forza i temi più cari all’autore: la libertà inseguita, l’adolescenza come territorio fragile, i legami familiari, il disagio e quel bisogno ostinato di appartenenza che attraversa ogni generazione. La scrittura di Ligabue conserva un ritmo vivo, quasi musicale, capace di evocare atmosfere, più che descriverle, lasciando emergere emozioni senza mai forzarle.