Arianna De Simone

Una grande retrospettiva esporrà fino al 1° marzo 2026 la parabola creativa della “nonna della performance art”: dai lavori degli anni '70 del secolo scorso alle opere più recenti e, per l’occasione, un approfondimento sugli indimenticabili ‘Relation Works’ realizzati insieme a Ulay, il compagno storico

Ancora un mese di apertura per la grande mostra all’Albertina Museum di Vienna dedicata a Marina Abramovic, icona della performance art. Dagli esordi negli anni '70 a Belgrado alle ricerche più recenti, la retrospettiva celebra oltre mezzo secolo di carriera nella città dell’azionismo, in collaborazione con il Kunstforum Wien. Per l’occasione, proponiamo un approfondimento sui 'Relation Works' degli anni '70 e '80, ideati e 'vissuti' assieme al celebre compagno Ulay, artista e fotografo tedesco scomparso sei anni fa. Facciamo, perciò, un passo indietro: dal 2026 torniamo al 1975 – in cui tutto ha avuto inizio. Correva l’anno 1975 quando Marina Abramovic e Frank Uwe Laysiepen alias Ulay si conobbero, cambiando le sorti della propria vita e segnando per sempre il mondo della 'Performance Art'. Lei serba, lui tedesco, dal loro incontro nacque un sodalizio destinato a divenire vera e propria 'icona' dell’arte contemporanea: emblematico del clima sociale e artistico degli anni '70 e di una concezione dell’arte interamente proiettata e focalizzata sul legame tra questa e la vita. Da quel fatale incontro, avvenuto per caso nel mese di dicembre ad Amsterdam dove la Abramovic, su invito della galleria de Appel di Wies Smals, si era recata per partecipare con una performance nella trasmissione 'Beeldspraak', i due vissero un rapporto simbiotico e totalizzante, che per molti anni alimentò e informò i loro percorsi artistici e ancora oggi, a molto tempo di distanza, li unisce. Significativo, a proposito della forza attrattiva che la memoria di quel periodo ancora esercita nell’immaginario collettivo, quanto avvenuto a New York nel 2010, in occasione della performance 'The Artist is Present', messa in atto dalla Abramovic durante la retrospettiva omonima dedicatale al MoMA. L’artista stessa, nell’autobiografia 'Walk Through Walls' (Attraversare i muri, Giunti Editore), pubblicata nel 2016, ricordò l’episodio che colpì e commosse molti: “Fin dal primo giorno della performance, fuori dal MoMA si formò una coda lunghissima. Le regole erano semplici: ogni persona poteva sedersi davanti a me per tutto il tempo che voleva, breve o lungo che fosse. Ci saremmo guardati negli occhi. Non era permesso né toccarmi né parlarmi. Io ero lì, al cento per cento – anzi, al trecento per cento – per ogni persona. E divenni estremamente ricettiva”; più avanti, “alla fine di quella spossante giornata, dopo che più di cinquanta persone si erano sedute davanti a me portandomi tutto il loro dolore, arrivò Ulay. Su mia richiesta, il MoMA aveva pagato il volo a lui e alla sua nuova fidanzata, che stava per sposare. Da parte mia era un segno di rispetto: dopo tutto rappresentava la metà di dodici anni di lavoro esposti ai piani superiori. Sapevo che era lì in giro. Era il mio ospite d’onore. Ma non mi sarei mai aspettata che si sedesse davanti a me. Fu uno shock. In un attimo mi passarono davanti dodici anni della mia vita. Per me non era certo un visitatore come gli altri. Così, solo per quella volta, infransi le regole. Misi le mie mani sulle sue, ci guardammo negli occhi e, prima di rendermi conto di quello che stava accadendo, ci ritrovammo in lacrime”. Leggendo queste parole, facilmente si può intuire a quale livello tale 'rinnovato' incontro abbia scosso i visitatori della mostra e come tutt’ora riesca a toccare nel profondo chi assiste alla scena su YouTube (cliccare QUI).

 


AFORISMI FIORENTINI
Il sovranismo giudiziario
del ministro Tajani

Articolo di: Il Taciturno

Il Taciturno

Dobbiamo dare atto al ministro Tajani di aver inventato un nuovo filone politico: il 'sovranismo giudiziario'. Il pensiero su cui si fonda tale stravagante filosofia è molto semplice: la carcerazione preventiva è un male, ma solo in Italia. In Svizzera, per esempio, dovrebbe invece essere obbligatoria.

 

 

 


APPROFONDIMENTO
Il composto e affettuoso
dolore dei milanesi

Articolo di: Alessandra Satriani

Alessandra Satriani

Ornella Vanoni, artista e interprete eccezionale della canzone Italiana, ci ha lasciato il 21 novembre scorso all'età di 91 anni, a causa di un malore sopraggiunto in tarda serata - un arresto cardiocircolatorio - nella sua casa di Milano. Si parlava di un persistente dolore alla schiena già da qualche giorno, simile a quello prodotto da un coltello, sintomo del sopraggiungere di problemi cardiaci.

 

 


ARTE
Dalí: un genio in bilico
tra maestri e modernità

Articolo di: Silvia Mattina

Silvia Mattina

Fino al 1° febbraio 2026, Palazzo Cipolla — nel cuore di Roma — ospita una delle più incisive esposizioni dell’anno: 'Dalí: rivoluzione e tradizione'. Oltre sessanta opere del maestro catalano che mettono in scena il duello creativo tra innovazione surrealista e profonda reverenza per la grande pittura del passato. Il nome di Palazzo Cipolla lungo via del Corso discende dell’architetto Antonio Cipolla e si profila quale ultima opera architettonica di rilievo della Roma di papa Pio IX, nonché la prima della città in quanto capitale d’Italia. Lo stile del palazzo lo rende la sede perfetta per ospitare la mostra nel suo incarnare due epoche e stili diversi, come il Quattrocento fiorentino e il Cinquecento romano. Una congiunzione perfetta per valorizzare lo sguardo di Dalì verso il passato e, al contempo, la sua visione di futuro. Promossa dalla Fondazione Roma, in collaborazione con la Fundació Gala-Salvador Dalí, il supporto organizzativo di MondoMostre e il patrocinio dell’Ambasciata di Spagna in Italia, l’esposizione ripercorre e svela come Dalì sia riuscito a diventare l’artista surrealista oggi universalmente riconosciuto. E cioè grazie al profondo studio e alla sincera ammirazione dei 'mostri sacri' del passato, tra tutti Raffaello. Sotto la direzione scientifica di Montse Aguer, direttrice dei Musei Dalí e la curatela di Carme Ruiz González e Lucia Moni, la rassegna ha voluto anche celebrare la ricorrenza del centenario dalla prima mostra personale dell’artista spagnolo.

 


CALEMBOUR
Trump il chiacchierone
Articolo di: Vittorio Lussana

Vittorio Lussana

Trump il chiacchierone,
mettilo dentro
a un ascensore
e portalo in alto,
più in alto che si può.
Portalo in cima al Monte Rushmore
e lasciagli recitare
il suo libro di menzogne:
di sicuro gli daranno
il Premio Nobel per la pace.
E’ il classico figlio di papà,
che si è dimenticato
dei ‘buffi’ che ha
e degli amici che lo hanno aiutato
in Afghanistan e in Irak.
Trump il chiacchierone
è un abile manipolatore:
sarebbe ora di rimetterlo in riga.
Prendilo per mano
e portalo alla sbarra,
per fargli sciorinare tutti i suoi alibi.
Rivendica Dio
come un diritto sacrosanto,
mentre calpesta
il Dio degli israeliani
e fa la stessa cosa
con il Dio dei musulmani,
perché dice che il suo Dio
"è orgoglioso" di lui.
Sette bugie,
moltiplicate per sette,
moltiplicate per 77 volte sette.
Sette angeli
con sette trombe:
rimandali pure a casa
con il primo treno del mattino.
“Chi è quel tipo che balla”?
E’ Trump il chiacchierone:
mezzo razzista e mezzo ‘cafone’.
“Chi è quel Tizio che fa il buffone”?
E’ Trump il chiacchierone,
colui che dovrebbe solamente
chinare il capo dalla vergogna.
Ancora e ancora...
Ancora e ancora.


RECENSIONI
E lui sarà Levon
Articolo di: Lucilla Corioni

Lucilla Corioni

‘E lui sarà Levon’, il nuovo romanzo di Alessio Pizzicannella, arriva in libreria e negli store digitali con una voce misurata e riconoscibile, capace di lasciare un segno duraturo nel lettore. Pubblicato da Jasa Edizioni, il libro è un affresco corale e visionario dell’America contemporanea. Un racconto che intreccia amore e disincanto, desiderio di salvezza e inevitabile caduta. Ambientato a Los Angeles, ‘città-miraggio’ dove la purezza convive con la dipendenza e la speranza cammina accanto alla disperazione. Il romanzo si muove come una preghiera spezzata. Qui la fede non è più un rifugio, ma una merce, mentre la ricerca di senso diventa strumento di potere. Pizzicannella osserva questa deriva con uno sguardo innamorato e crudele, lasciando che siano i suoi personaggi, fragili, affamati e imperfetti, a raccontare la lotta quotidiana tra ciò che si sogna e ciò che resta. Le storie s’intrecciano come mani che cercano appiglio: c’è chi tenta il riscatto e chi sopravvive giorno per giorno; chi crede ancora e chi ha smesso, ma non riesce a dimenticare come si fa. Los Angeles diventa, così, una metafora del nostro tempo. Un luogo in cui tutto brucia: gli ideali, i corpi e le speranze, dove ognuno prova a salvarsi dal proprio incendio personale. E’ qui che il romanzo assume una dimensione profondamente romantica. Nessuna ricerca di un lieto fine, solo tanta ostinazione di chi continua a cercare, anche quando sa che potrebbe non trovare nulla. Il progetto nasce come sceneggiatura, selezionata al Sundance e all’Austin Film Festival. E trova, oggi, la sua forma definitiva nella scrittura narrativa. Non è un caso: la prosa di Alessio Pizzicannella conserva il ritmo del cinema e la precisione dello sguardo fotografico, ma si concede la lentezza emotiva della letteratura. Ogni scena è costruita su un equilibrio teso, dove i dettagli diventano essenziali per comprendere le contraddizioni dei personaggi, ogni sentimento riflesso come in uno specchio che deforma e insieme rivela. A raccontarlo è lo stesso autore con parole che restano intatte, come un cuore messo sul tavolo.