
Anche quest’anno la regista e attrice ha girato per le terrazze Roma portando in scena lo spettacolo all’aperto da lei diretto: 'Kent', scritto nel 2016 da Marco Andreoli e interpretato da Valerio Di Benedetto e Matteo Quinzi, con l’accompagnamento musicale di Stefano Switala
Superman, l’incontro tra due uomini in piena crisi esistenziale e le terrazze di Roma. Sono questi i pochi, semplici elementi che fanno di 'Kent' uno spettacolo teatrale vivo e vibrante, nonché un’esperienza unica nel suo genere. Dal testo di Marco Andreoli è nato uno show all’aperto che anche quest’estate - a dieci anni dal primo tour - ha vagato in tutta la capitale alla ricerca dei palazzi e delle viste più suggestive. Ne abbiamo parlato con la regista, Cristiana Vaccaro, attrice attiva al cinema, a teatro e in televisione, attualmente impegnata anche con il suo monologo: 'Brutta, storia di un corpo come tanti', tratto dal libro di Giulia Blasi edito da Rizzoli e con la regia di 'Bambole da collezione' di Erica Fusini.
Cristiana Vaccaro, partiamo dalle origini dello spettacolo: come si è sviluppato e come ha preso questa sua forma nomade e vagabonda?
“Kent nasce da un desiderio comune: io volevo misurarmi per la prima volta con la regia, gli attori Valerio Di Benedetto e Matteo Quinzi cercavano un progetto da fare insieme, e così è nata l’idea di chiedere a Marco Andreoli, con cui collaboravo già da anni, di scrivere un testo su misura per noi. Dopo qualche mese è arrivato ‘Kent’. La forma nomade nasce dalla mia passione per il ‘site-specific’, che trovo capace di creare un’esperienza molto più immersiva. Per questo ho coinvolto anche Stefano Switala, le cui musiche originali sono eseguite dal vivo per costruire insieme al pubblico la giusta atmosfera. E poi c’è l’ambientazione del testo stesso: un terrazzo al venticinquesimo piano, dove si muovono i due protagonisti — uno spazio che si prestava naturalmente a diventare scena reale, non solo cornice immaginaria”.


Non nutriamo alcuna simpatia, anzi disprezziamo, tutti quelli sempre pronti a indignarsi e a diventare dei 'leoni' quando pensano che sia incrinata la loro libertà, ma sono estranei e irridenti quando si tratta della libertà altrui. Come non confrontare il caso di quell'ometto di Ranucci, trasferito a parità di stipendio e di mansioni all'interno della stessa azienda, al caso di un presidente del Consiglio prepotente e arrogante, Matteo Renzi, allora segretario del Pd, che dopo aver plasmato di sè l'intera Rai, cancellò il programma 'Virus' e cacciò Nicola Porro? Fate pena.


Lo scorso 26 agosto si è celebrata la Giornata mondiale del cane. Questa ricorrenza nasce nel 2004 negli Stati Uniti su iniziativa di Colleen Paige, esperta di stili di vita per animali domestici, per ricordare il giorno in cui la sua famiglia acquistò il loro primo cane, un Labrador a cui diedero il nome di Sheltie. L’importanza di una festività come questa risiede nel ruolo fondamentale che gli animali domestici hanno assunto non soltanto nella nostra vita quotidiana, bensì nella società. I cani, nello specifico, svolgono oggi una funzione nevralgica in molteplici settori del vivere civile.




E’ visionabile da qualche giorno su Amazon Prime, 'Il caso Spotlight', film del 2016 del regista Tom McCarthy. Si tratta di una pellicola molto attuale, che racconta la storia del team di giornalisti investigativi del 'The Boston Globe', soprannominato 'Spotlight', che nel 2002 ha sconvolto la città con le sue rivelazioni sulla copertura sistematica, da parte della Chiesa cattolica, degli abusi sessuali commessi su minori da oltre 70 sacerdoti locali: un’inchiesta giornalistica premiata col Premio Pulitzer. Quando il neodirettore, Marty Baron (Liev Schreiber), arriva da Miami per dirigere il 'Globe' nell’estate del 2001, per prima cosa incarica il team 'Spotlight' di indagare sulla notizia di cronaca di un prete locale accusato di aver abusato sessualmente di decine di giovani parrocchiani nel corso di 30 anni. Consapevoli dei rischi a cui vanno incontro mettendosi contro un’istituzione come la Chiesa cattolica di Boston, il caporedattore del team, Walter 'Robby' Robinson (Michael Keaton), i cronisti Sacha Pfeiffer (Rachel McAdams) e Michael Rezendes (Mark Ruffalo) e lo specialista in ricerche informatiche Matt Carroll (Brian d’Arcy James) cominciano a indagare sul caso. Via via che i giornalisti parlano con l’avvocato delle vittime, Mitchell Garabedian (Stanley Tucci), intervistano adulti molestati durante la loro infanzia e cercano di accedere agli atti giudiziari secretati, emerge con sempre maggior evidenza che l’insabbiamento dei casi di abuso è sistematico e che il fenomeno è molto più grave ed esteso di quanto si potesse immaginare.

In merito alla recente polemica tra l'onorevole Stefano Bonaccini e la presidente del Consiglio dei ministri, Giorgia Meloni, circa la nuova composizione sociale degli elettorati di destra e di sinistra, la pensiamo, più o meno, come il professor Giovanni Orsina: la 'puzza sotto al naso' di molti laureati che oggi parteggiano per i Partiti progressisti può risultare un errore tattico molto grave. Anche perché, molti laureati scrivono come dei bambini di terza elementare o forse peggio. E appare assai condivisibile anche la distinzione tra astrazione e concretezza, operata dall’esimio professore della Luiss in un'intervista rilasciata a Claudio Bozza per il 'Corriere della Sera', pur sottolineando che ciò non può trascendere in un elogio sperticato in favore dei lavoratori 'esecutivisti', a discapito di intellettuali e impiegati di concetto. Veniamo pertanto a ribadire al professor Orsina, che leggere qualche libro in più farebbe un gran bene a molti esponenti dell’attuale destra italiana. Per lo meno, per non far correre qualche rischio alla sua stessa docenza, dato che siamo anche 'a corto' di buoni editori. In secondo luogo, esiste una cosa ben peggiore della 'puzza sotto al naso': ovverosia, l’invidia nei confronti di chi, pur affrontando il 'tracollo' storico-internazionale dell’utopia rivoluzionaria di Karl Marx, stia cercando o abbia cercato, in questi ultimi decenni, di 'salvare' molte cose da quel passato.

Il 'Brittintour' ha toccato anche la Basilicata. Tra blues, rock e grandi successi, il cantautore romano ha scelto una band di musicisti giovani, lasciando loro spazio con assoli, improvvisazioni e continui scambi musicali. Una piazza illuminata, un paese in festa, famiglie e generazioni diverse raccolte davanti al palco: Ferrandina (Mt) ha accolto così Alex Britti, nella serata del 18 agosto scorso. Alle 22, le luci della piazza si sono abbassate: è rimasto il blu dei fari concentrati sul palco. Poi sono entrati la band e Britti. L'inizio è stato subito rock: energia, luci e chitarra hanno definito i primi minuti del concerto. Il pubblico, inizialmente, osservava. Poi, progressivamente, è entrato nello spettacolo. Britti non ha tardato a mostrare qual era il centro musicale della serata. La chitarra rimane la sua voce parallela, a volte quasi più importante di quella cantata. I primi assoli sono arrivati presto e hanno accompagnato un concerto costruito sulle contaminazioni che hanno sempre caratterizzato il suo percorso. Pop e canzone italiana, certamente, ma soprattutto blues, rock, jazz e improvvisazione. Con 'Da piccolo', il suono guardava al Chicago blues; poco dopo, 'Esci piano' ha portato nuovamente il concerto sui territori blues-rock, con Alex Britti alle prese con una chitarra scelta appositamente per quel tipo di sonorità. Non si è trattato di parentesi tecniche inserite tra una hit e l'altra: faceva tutto parte della struttura dello spettacolo.