Elisabetta ChiarelliNo, non è il titolo di una fiction famosa. Questa è la realtà. Da più di settant’anni a questa parte, non sembra placarsi l’eterno conflitto tra Israele e Palestina. E’ un problema di comunicazione, in fondo. Sembra di assistere all’ultima scena de ‘La dolce vita’ di Federico Fellini, in cui un’ingenua Valeria Ciangottini grida qualcosa a un perplesso e stordito Marcello Mastroianni, così vicino a lei, ma al contempo lontano chilometri, nell’impossibilità di capirla a causa del fragore del vento e del mare in tempesta. Allo stesso modo, se si comprendesse che israeliani e palestinesi domandano la stessa cosa, ossia un reciproco riconoscimento della propria identità nazionale, forse si troverebbe un punto di incontro. “E se la rosa non avesse il nome che ha, non conserverebbe, nonostante ciò, la sua profonda identità?”, parafrasando il noto interrogativo ‘shakespeariano’. Eppure, le parole sono fondamentali. Ed è sulla parola che si dovrebbe risolvere un conflitto. Se s’imparasse a maneggiare le parole con maggior accuratezza di quanto non si faccia con le armi, si eviterebbe, probabilmente, di ricorrere a quest’ultime. E’ impressionante constatare che del conflitto che attraversa le terre di Israele e Palestina dal 1948 a oggi, passando per qualche gesto distensivo proveniente da ambedue le parti, se ne siano avvantaggiati terzi soggetti. L’Iran, principalmente, in combutta con la Russia di Putin e con il vantaggio di un indebolimento dello Stato di Israele voluto dal Governo di Netanyahu, di estrema destra, filorusso e largamente impopolare tra la sua gente; per non parlare delle organizzazioni terroristiche come Hamas, che nulla hanno a che vedere con le profonde radici storiche, politiche e umane del popolo palestinese. Purtroppo, a fare le spese di questa devastazione è, come sempre, la popolazione civile, i giovani e i bambini: è la collettività, ancora una volta, il ‘volano’ attraverso cui erigere un’efficace difesa dei valori umani in pericolo.  E’ il popolo israeliano, in particolare quello impegnato, in questi giorni fatali, a protestare contro la  riforma giudiziaria in corso, che abbandona le proprie quotidiane battaglie, individuali e collettive, per soccorrersi a vicenda, sostenere gli anziani, i deboli, i fragili, i propri simili. E’ attraverso questo movimento, più o meno silenzioso, di mani che si incontrano e che s’intrecciano, di braccia che si protendono verso altre esistenze, che si potrebbe ripristinare quel linguaggio salvifico che sconfigge la morte e ogni forma di orrore, per riaffermare tutta la potenza del suo nome universale, che nessuna guerra potrà mai abbattere: l’umanità.





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