Giuseppe LorinIn una fase storica caratterizzata dalla cosiddetta ‘post verità’, dispiace dover constatare come, talvolta, non sia affatto la parola ‘detta’ a generare ingiustizia, ma quella ‘non detta’ o semplicemente ‘scritta’ in una disposizione o in una norma. Nell’agosto dello scorso anno, i Talebani hanno ripreso il potere in Afghanistan dopo una fuga precipitosa delle forze occidentali, in particolar modo quelle americane. E i nuovi giovani esponenti della ‘sharia’ fondamentalista più radicale si dicevano animati da buone intenzioni nei confronti delle donne, promettendo un’applicazione non rigida dei loro precetti religiosi. Invece, nel silenzio generale, i pregiudizi sono lentamente tornati in vigore. A cominciare dal ‘burqa’, l’abito arabo che ricopre integralmente il corpo femminile. Perché le donne fanno paura. Soprattutto, quando sono giovani e dimostrano ampiamente di essere la specie più avanzata ed evoluta dell’umanità. Proprio in questi giorni, un decreto emesso dal nuovo governo di Kabul ha stabilito che “le donne non troppo anziane e quelle giovani devono coprire il loro volto a eccezione degli occhi, in modo da evitare provocazioni quando si incontrano con uomini che non sono parenti stretti”. E che “se non hanno importanti mansioni da svolgere, farebbero meglio a restare in casa”. Il pregiudizio cade, insomma, soprattutto per questioni estetiche. Perché il viso di una ragazza, quando si trova nel momento più rigoglioso della vita, rappresenta una provocazione. Perché tutto ciò che è bello umilia l’arretratezza culturale. Le donne, infatti, possiedono proprio questo ‘segreto’: sono capaci di arrivare alla materia che sconfigge lo spirito. Esse sono in grado di dimostrare concretamente come il regno di Dio, o il paradiso che dir si voglia, sia già qui tra di noi e non debba essere cercato in un’altra vita o nell’aldilà. Nel silenzio più funereo e tombale, l’Afghanistan sta precipitando in un regime del tutto simile a quello instaurato nella seconda metà degli anni '90 del secolo scorso. E questo silenzio che circonda il loro medioevo patriarcale rappresenta la presa d’atto di come il corpo delle donne sia talmente prezioso da dover essere nascosto alla vista degli estranei, i quali non possono comprendere come Dio sia capace di manifestarsi in infiniti modi e di innalzare la vita umana anche attraverso la materia. Anche nel ‘tempio’ del nostro corpo. Nella storia del teatro, per interi millenni il corpo è stato bandito. Soprattutto quello delle donne, tanto che moltissimi ruoli femminili in scena venivano interpretati da attori ‘maschi’. La presenza femminile su un palco, insomma, anche per noi occidentali rappresenta una conquista relativamente recente. E il motivo di tutto questo è sempre stato lo stesso: l’esibizione della bellezza, in molti casi della perfezione, genera scandalo. E’ un qualcosa di sacrilego, che sfiora l’immoralità. Le donne sono una provocazione: la prova stessa dell’esistenza del male che combatte soprattutto dentro di noi. Siamo noi esseri umani il vero oggetto del contendere; siamo noi stessi, la vera ‘posta in palio’. Ebbene, noi vogliamo cominciare a respingere tutto questo con ostinazione. Noi vogliamo essere soggetti, individui e non ‘oggetti’ mossi come delle pedine sulla 'scacchiera' della Storia. E in questo nostro voler essere liberi, pretendiamo che tale libertà, che questo momento di ‘pura soggettività’ possa essere esercitata anche dal genere femminile. Non in quanto genere, ma contro ogni genere. Anche a costo di rendere l’estetica una nuova metafisica oggettiva e universale. La prova stessa di come la materia sia in grado di penetrare il cielo. E’ questa la rivoluzione che fa veramente paura. E’ questa la sfida che le donne sono in grado di testimoniare e che molti uomini, ancora oggi, pretendono di nascondere. “Le donne ne sanno una in più del diavolo”, diceva un antico adagio popolare. Probabilmente, le cose stanno proprio così. Da sempre.





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