Vittorio LussanaIn merito alla questione delle cosiddette 'fake news', la riflessione che proponiamo in questo numero prende le mosse, innanzitutto, da un antico e saggio 'adagio', che merita di essere considerato una coordinata addirittura ideologica e assoluta, soprattutto dai giornalisti e da chi si occupa di informazione: i fatti debbono essere ben distinti dalle opinioni. Si tratta di un principio che, nella realtà, può incontrare una certa labilità di confini e che, tuttavia, mantiene una propria validità in quanto 'bussola' di orientamento professionale di un giornalista. In secondo luogo, una testata di informazione può certamente manifestare il proprio orientamento politico, ma essa deve quotidianamente fare i conti anche con un altro principio fondamentale: il lettore merita la verità, anche quando essa va contro la linea editoriale della testata medesima. Ciò non lede affatto il principio democratico di libertà di opinione espresso dalla nostra Costituzione: scrivere o dichiarare la verità, anche quando essa va contro le nostre opinioni personali, è un dovere deontologico del giornalista. Indro Montanelli, nei suoi servizi dall'Ungheria, redatti nei giorni della rivolta del 1956, dovette ammettere che il popolo magiaro non si era ribellato poiché mosso da una qualche forma di anticomunismo ideologico, bensì in nome di un socialismo umanitario e democratico. E proprio l'ammissione di tale verità diede la misura della credibilità e della correttezza professionale di questo nostro giornalista, anche se egli proveniva da quella piccola borghesia agraria che aveva trascorso i suoi anni formativi totalmente immersa all'interno del regime 'mussoliniano'. Indro Montanelli seppe mettere da parte il suo anticomunismo per raccontare, il più fedelmente possibile, la rivolta del popolo ungherese, motivata da una richiesta di declinazione più 'elastica' e, per certi versi, 'galileiana' dei princìpi marxisti. Si trattava di una verità dettata dai fatti. E Montanelli fu costretto a registrarla. Trasportando tutto questo su un terreno più generale, si può certamente affermare, all'interno di un articolo, l'esistenza di alcune incongruenze non facilmente spiegabili in merito a un avvenimento storico, come per esempio lo sbarco degli americani sulla Luna, avvenuto nel luglio del 1969: esattamente 50 anni fa. Quel che un giornalista non dovrebbe mai fare è negare che quel fatto si sia verificato, magari ipotizzando, senza alcuna prova, che quella difficilissima impresa sia stata costruita 'a tavolino' in un set cinematografico, sotto l'onirica regia di Stanley Kubrick. Un giornalista non può negare l'evidenza di fatti, dati e numeri. Al contrario, egli è deontologicamente tenuto a diffondere fatti, dati e numeri anche quando la sua opinione personale è fermamente convinta del contrario, o tenda a rigettare una verità per questioni di sensibilità personale, oppure ancora per una qualsivoglia motivazione irrazionale. Non si può negare che l'uomo sia arrivato sulla Luna, poiché esistono delle prove inconfutabili di ciò: nelle ultime missioni Apollo del 1971/72, la Nasa fornì ai propri astronauti tutte le procedure per costruire un 'Rover', una piccola autovettura prefabbricata che li aiutasse a spostarsi più velocemente sul suolo lunare, anziché continuare a saltellare come dei canguri. Ebbene, quel veicolo lasciò sul nostro satellite le tracce dei suoi pneumatici, ancora oggi visibili dai satelliti e persino da qualche telescopio che abbiamo mandato in orbita per perlustrare gli spazi più profondi dell'universo. Sulla Luna non c'è atmosfera. Pertanto, quando si lascia sul terreno anche una semplice impronta, essa rimane visibile, fissa e immodificabile, praticamente per sempre. Dunque, non si può affermare allegramente in un articolo che gli americani non siano mai andati sulla Luna per 'partito preso', o per mera convinzione personale: sarebbe come dire che la menzogna equivale esattamente alla verità, senza distinzione alcuna, appiattendo ogni valore qualitativo e ogni principio di professionalità al solo fine di facilitare una semplice 'addizione' di ipotesi totalmente 'campate' per aria. La verità non è affatto una 'addizione' di fattori ed elementi. Al contrario, essa è una 'combinazione' di elementi: un'equazione tra le tesi che si stanno portando avanti, poste al vaglio delle prove che s'incontrano e delle verifiche che si debbono effettuare prima di renderla pubblica. Sono tutte cose, insomma, che vanno fatte 'prima' della pubblicazione: non durante, né dopo. Persino le domande di un'intervista vanno predisposte in anticipo, perché altrimenti il servizio giornalistico diventa una chiacchierata che perde di vista l'obiettivo di informare i lettori in merito a una notizia particolare, di cui l'intervistato risulta essere a conoscenza o parte in causa. Per farla breve: un'intervista non è affatto una 'messa in vetrina' di un personaggio. Il sofismo dialettico, pur avendo nobili origini filosofiche, raramente possiede cittadinanza nel mondo dell'informazione, perché il giornalista è soprattutto un cronista, tenuto - come nel caso di Indro Montanelli - a raccontare una rivoluzione, non a esaltarla a cose fatte. Oltre a ciò, ogni volta che un fatto qualsiasi viene rivelato, esso inizia a perdere, giorno dopo giorno, il suo connotato di 'notizia', come fosse una porta che, lentamente, comincia a chiudersi. A quel punto, quando cioè una notizia è ormai 'scaduta', la competenza per parlarne passa ad altri: agli storici, ai politici, persino ai filosofi e ai sociologi. Insomma, quando una notizia è 'scaduta', tecnicamente essa non appartiene più ai giornalisti: il loro compito è ormai terminato. Si può criticare, nel bene o nel male, un libro di Susanna Tamaro, tanto per fare un altro esempio. Ma non si può negare che quest'autrice lo abbia scritto e lo abbia dato alle stampe, dopo aver trovato un editore disposto a pubblicarlo: sarebbe un totale controsenso, una logica controfattuale. Né si può affermare che ella lo abbia completamente copiato, plagiando altri testi: tale affermazione può valere per qualche spunto, per alcune citazioni, persino per alcuni capitoli, se vogliamo, non per l'intera opera presa nel suo complesso. Nella logica 'mutualistica' - che spesso richiamiamo, ma di cui nessuno comprende un semplice 'fico secco' - è pienamente concessa la possibilità di assumere elementi esogeni, al fine di trovare parole più adatte a favorire una diffusione più ampia, tra i lettori, di uno scritto. Quel che non si può fare è l'estrazione di peso di un testo qualsiasi per firmarlo a nome proprio, oppure negare che un'opera qualsiasi manchi di dignità letteraria al fine di screditare chi l'ha scritta, o per altre ragioni totalmente soggettive. Tutto questo non toglie nulla al principio di non esistenza della verità oggettiva: semplicemente, delimita con maggior precisione quali siano gli ambiti per fare in modo che tutto ciò che si scrive sia, il più possibile, vicino alla verità, meritando una credibilità professionale accertata e verificabile. Ecco perché è giusto che i giornalisti possiedano un Ordine di controllo deontologico, anche se spesso funziona male o non riesce ad arrivare dappertutto: per porre alcuni 'paletti' sacrosanti; per stabilire confini più precisi tra informazione e pubblicità; per distinguere la comunicazione divulgativa dall'autoreferenzialità; per non confondere le analisi scientificamente serie e comprovate con le svariate forme di condizionamento e di controllo del pensiero dei lettori o del pubblico più in generale. Mantenere una forma di controllo dell'informazione rimane un'esigenza primaria fondamentale. E' lecito criticare il modo in cui tale controllo viene esercitato, ma ciò è cosa ben diversa dal lasciar andare a 'briglie sciolte' le opinioni di un giornalista su un determinato fatto, su un'opera letteraria, sulle decrittazioni e le decodificazioni più fantasiose, o quelle meno opportune. In primo luogo, perché esse non sono affatto una notizia; in secondo luogo, perché quando si opera in questo modo non si è più giornalisti che intendono informare i lettori, bensì e più semplicemente dei qualunquisti che cercano fortuna in altri campi artistici o letterari, provando a imporre una propria visione prestabilita per finalità biecamente personali o di vendita. L'informazione è materia pienamente umanistica, non commerciale. E il ruolo e la funzione del giornalista dev'essere salvaguardato, non 'attaccato' o colpito a prescindere, perché ciò corrisponde esattamente a quanto accade nelle guerre civili, dove le varie fazioni che si scontrano tra loro hanno l'interesse convergente di non far sapere al mondo tutte le crudeltà che stanno commettendo, imponendo la censura della morte ai giornalisti prima ancora che ai propri nemici. Esistono tanti modi per 'imbavagliare' un giornalista e attentare alla libertà di stampa. Uno di questi è proprio quello di negarne la professionalità e il rispetto delle regole deontologiche. E chi lo fa, è tenuto a sapere di essere sullo stesso piano morale di un dittatore sanguinario. La gente ha diritto di essere bene informata: chi lo nega, o continua a giuocare con tali princìpi al fine di vanificarli, è solo ed esclusivamente uno 'sfigato'...

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Direttore responsabile di www.laici.it e della rivista mensile 'Periodico italiano magazine' (www.periodicoitalianomagazine.it)
(editoriale tratto dal mensile 'Periodico italiano magazine' n. 49 - luglio/agosto 2019)
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Roberto - Roma - Mail - lunedi 5 agosto 2019 13.14
La rivista splendida come al solito, ricchissima di contenuti di approfondimento. Ancora una volta complimenti


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