Vittorio LussanaA 40 anni da una delle vicende più drammatiche nella Storia della Repubblica italiana, riproponiamo una nostra ricostruzione dei terribili 55 giorni di prigionia dell'onorevole Aldo Moro nella 'Prigione del popolo' delle Brigate Rosse

La mattina del 16 marzo 1978, l'onorevole Aldo Moro uscì di casa per recarsi in parlamento ben sapendo che, di lì a qualche mese, sarebbe diventato presidente della Repubblica. Egli non aveva alcun avversario che potesse precludergli il raggiungimento di quella carica, poiché rappresentava, in quel preciso momento storico, l'uomo più influente d'Italia: a) aveva partecipato ai lavori dell'Assemblea costituente; b) sedeva alla Camera dei deputati sin dalla prima legislatura; c) si accingeva a benedire un nuovo Governo di 'solidarietà nazionale'; d) i comunisti smaniavano dalla voglia di votarlo; e) il suo Partito, la Democrazia cristiana, si era 'rassegnato' ad accettarlo. Ebbene: nei fogli vergati a mano durante i 55 giorni trascorsi nella 'prigione del popolo' di via Camillo Montalcini, una piccola traversa del popolare quartiere romano della Magliana, non si trova alcun cenno a questo annunciato destino, nessun richiamo al suo potere o alla propria influenza politica. Al contrario, numerosi sono i rimproveri verso chi - Benigno Zaccagnini - era stato addosso all'amico per trattenerlo all'interno di un 'circo', quello della politica italiana, delle cui luci era ormai saturo e stanco, anche perché gli impediva di tornare alla cura dei propri affetti familiari. Una famiglia che, in quelle lettere, viene descritta in condizioni pietose, mentre invece stava dimostrando una lucidità e una forza d'animo eccezionali sotto la direzione di una donna dal carattere d'acciaio come Eleonora Chiaravelli. Perché Aldo Moro decise di tenere un comportamento del genere? Semplice: perché sin dall'inizio di questa tragica vicenda, il presidente della Dc si era convinto che solo 'rimpicciolendo' se stesso, abbassandosi cioè al livello di semplice privato cittadino, egli avrebbe potuto ragionevolmente sperare di salvarsi. E che qualora fosse stato anche solo intuito dalle Brigate Rosse che lui era destinato alla carica più alta della Repubblica italiana, la sua sorte sarebbe risultata 'segnata', poiché avrebbe finito col rappresentare, simbolicamente ma anche materialmente, quel "cuore dello Stato" contro cui esse stavano muovendo il loro attacco più micidiale. Pertanto, tutte le 'carte' che Moro calò sul tavolo della 'partita' più disperata della sua vita vennero estratte dal mazzo di un leader del passato che chiamava in causa riconoscenze che gli erano dovute, mai l'autorità che egli avrebbe potuto, in quel preciso momento, esercitare. E quando finalmente si decise a spendere almeno un frammento di quel potere, lo fece soltanto per convocare il Consiglio nazionale del proprio Partito, ossia avvalendosi dell'unica carica che formalmente ricopriva. Anche se per motivi diversi, tale comportamento venne pienamente assecondato dal Governo e dai Partiti attestatisi sul cosiddetto 'fronte della fermezza'. Soprattutto dalla Democrazia cristiana: immolare un 'ex' rappresentava cosa assai meno angosciosa che sacrificare un potenziale inquilino del Quirinale. Insomma, scegliendo un simile atteggiamento tattico, Aldo Moro commise uno sventurato errore: le Brigate Rosse non nutrivano alcuna intenzione di ucciderlo. Intorno a ciò, particolarmente significative sono le dichiarazioni di Mario Moretti e di Prospero Gallinari del 1984, nonché i verbali dell'interrogatorio effettuato durante i giorni della prigionia e 'misteriosamente' ritrovati nel covo milanese di via Montenevoso solamente 'all'alba' del 9 ottobre 1990. Da tali trascrizioni appare un Moro che non racconta praticamente nulla che già non fosse noto ai suoi interlocutori, sin quasi al punto di ingannarli, di raggirarli, frustrando clamorosamente le loro ambiziose aspettative. Ma tali aspettative, in realtà, non esistevano: quel processo fu letteralmente una 'messinscena', poiché fin quando non vi era adito a smentite, si poteva tranquillamente affermare che il prigioniero stesse svelando segreti inenarrabili. Per quanto intellettualmente 'estemporanei', i brigatisti non erano così sprovveduti da potersi accontentare di una montagna di chiacchiere. La verità è sempre stata un'altra: per le Br, l'obiettivo principale è sempre stato il rapimento in sé in quanto atto dimostrativo di 'geometrica potenza'. Tutte le loro 'mosse' confermano questo dato: dalla 'sfida' del ripetuto trasporto di automobili in via Licinio Calvo, a non più di cinquanta metri dalla stazione dei Carabinieri del quartiere romano del 'Belsito', allo spericolato girovagare dei 'postini' brigatisti per le strade di Roma. In buona sostanza, quell'ostaggio che i terroristi tenevano prigioniero, col passare dei giorni diventava sempre più ingombrante, portandoli a chiedere una trattativa qualsiasi pur di sbarazzarsene al più presto, anche a un prezzo 'stracciato', facendo credere a Moro di essere in pericolo di vita solo per costringerlo a smuovere quegli ostacoli contro i quali essi potevano fare ben poco. Le Br, inoltre, non erano così ingenue da non immaginare che i servizi segreti - più di duemila uomini, muniti di strumenti sofisticatissimi e di emissari infiltrati persino tra loro - stessero 'brancolando' nel buio. Anzi, esse temevano soprattutto che 'qualcuno' fosse in attesa di un epilogo cruento. Non va dimenticato che per gli alti ufficiali del 'Comitato di crisi', installato al Viminale dall'allora ministro degli Interni, Francesco Cossiga e interamente composto da iscritti alla loggia massonica P2, Moro era colui che prometteva sette anni di comunisti al Governo. Dunque, alle Brigate Rosse non sarebbe affatto piaciuta l'idea di custodire un presidente della Repubblica 'in pectore'. Anche perché, qualora si fossero trovati costretti a sopprimerlo, avrebbero finito col correre dei rischi supplementari assai poco gestibili. Meglio, molto meglio, che Moro dialogasse con i 'potenti della Terra' da individuo comune, come una persona qualsiasi che scongiurava un baratto 'uno contro uno' e che continuava ad aggrapparsi, disperatamente, all'iniziativa umanitaria tentata da Bettino Craxi.

UN'IPOTESI POCO VALUTATA
A un certo punto, però, qualcuno aveva capito perfettamente la situazione. In particolare, che la linea difensiva di Moro si basava su premesse erronee e ipotesi infondate: il 29 marzo 1978, il giornalista Arrigo Levi, a quei tempi direttore de 'La Stampa', aveva infatti proposto che Giovanni Leone si dimettesse dalla carica di presidente della Repubblica e che il parlamento eleggesse, al suo posto, proprio Aldo Moro, nominando per il periodo della prigionia un 'Consiglio di reggenza' composto da Amintore Fanfani, Pietro Ingrao, Paolo Rossi e Giuseppe Saragat. L'idea suscitò forti perplessità e venne giudicata 'strampalata'. In realtà, si trattava di una soluzione che avrebbe costretto tutti quanti a ribaltare i termini della questione, rianimando un'attività investigativa acefala e disorganizzata, relegando altresì le Brigate Rosse in una posizione insostenibile. Inutile a dirsi, dopo esser stato autorevolmente criticato da Giulio Andreotti, il suggerimento venne lasciato cadere...

NON FU FATTO IL POSSIBILE PER SALVARLO
Quanto andiamo scrivendo, sia ben chiaro, è teso a convalidare la tesi, avanzata più volte in questi ultimi 40 anni, che anche al di fuori di un'ipotesi di negoziato - ovvero nell'ambito stesso della cosiddetta 'linea della fermezza' - non fu fatto il possibile per salvare la vita di Aldo Moro. Prima di analizzare per quali motivi le cose andarono come andarono, occorre innanzitutto proiettare uno sguardo retrospettivo su quei 55 giorni di indagini svogliate, di ricerche assai poco 'mirate', di indizi colpevolmente trascurati. Già il 16 marzo, cioè il giorno stesso del sequestro e dell'orrenda strage di via Mario Fani, la Polizia aveva scelto la strada delle operazioni 'a tappeto', proseguite sino al 9 maggio, giorno del tragico epilogo dell'intera vicenda. Dalle forze dell'ordine vennero effettuati circa 73 mila posti di blocco e 40 mila perquisizioni domiciliari; 3 milioni e 500 mila autovetture furono perquisite; 7 milioni di persone vennero controllate; 150 furono arrestate e altre 400 fermate. Nel corso di queste ricerche vennero impiegati quotidianamente qualcosa come 13 mila uomini, di cui 4 mila e 300 solamente a Roma. Era evidente che un Paese messo in 'stato d'assedio' serviva semplicemente a impressionare l'opinione pubblica più che a ottenere risultati concreti, poiché infatti si finì col distogliere uomini e mezzi dai compiti 'mirati'. Come confermò, qualche tempo dopo, lo stesso Questore di Roma, Emanuele De Francesco, il quale dovette ammettere di non aver potuto far 'pedinare' alcuni elementi sospetti per mancanza di personale. La stessa Questura di Roma, già il 19 marzo aveva diramato le fotografie di 22 brigatisti, 18 dei quali latitanti (alcuni di questi risulteranno, in seguito, appartenenti proprio al commando che aveva 'colpito' in via Fani). Inoltre, secondo la commissione parlamentare d'inchiesta, la Polizia era al corrente da tempo che Valerio Morucci e Adriana Faranda erano esponenti di punta della 'colonna romana' delle Br. E la stessa Faranda era stata identificata come acquirente di un berretto da adoperare nell'agguato ad Aldo Moro e alla sua scorta. Morucci e la Faranda erano in contatto quotidiano con gli autonomi Franco Piperno e Lanfranco Pace - circostanza nota anche questa - cioè con coloro che, a partire dal 27 aprile, agirono da intermediari nell'esplorazione di una trattativa ipotizzata dal Segretario nazionale del Partito socialista italiano, Bettino Craxi. Tale circostanza rimane alla Storia come una delle innumerevoli dimostrazioni di coraggio del leader del Psi, il quale aveva incaricato Claudio Signorile di intraprendere una serie di incontri proprio con Pace e Piperno, cui seguirono quelli di Pace con Morucci e la Faranda, di Pace con Antonio Landolfi e lo stesso Bettino Craxi e, in ultimo, di Signorile con Fanfani. Claudio Signorile agiva su delega diretta e informava Craxi sugli esiti di ogni incontro. Per farla breve, tramite Pace e Piperno le Brigate Rosse erano state praticamente raggiunte. Eppure, la magistratura e l'opinione pubblica italiana verranno a conoscenza di tali 'contatti' solamente nell'estate del 1978, allorquando gli stessi Pace, Piperno e Scalzone pubblicarono il primo numero della rivista 'Metropoli' contenente un racconto a fumetti su tutta l'impresa brigatista. Una 'striscia' che descriveva con precisione un incontro tra Fanfani e Signorile che testimoniava come quest'ultimo fosse perfettamente al corrente del fatto che l'esecuzione di Aldo Moro potesse essere sospesa almeno di 48 ore se qualche autorevole esponente della Dc avesse apertamente preso posizione a favore della trattativa. La qual cosa non significa nient'altro che 'qualcuno', a un certo punto, fece pressioni sulle Br, affinché eseguissero in fretta e furia la condanna a morte, comminata ad Aldo Moro al termine del farsesco 'processo popolare' messo in scena nel covo di via Montalcini.

ALTRI FATTI INSPEGABILI
Insomma, tutto ciò ancora oggi appare alquanto incredibile: Pace e Piperno continuarono a circolare a 'piede libero'. E la 'pista autonoma' venne insabbiata senza che nessuno potesse capirne il perché. Intanto, nel corso dei rastrellamenti 'a pettine' cui Roma venne sottoposta, la Pubblica sicurezza era giunta davanti alla porta di un appartamento situato in via Gradoli 96, affittato a tale ingegner Borghi (il quale altri non era che Mario Moretti, leader indiscusso, in quel momento, delle Brigate Rosse). Nessuno rispose alle 'scampanellate' dei poliziotti. E i condomini, interrogati, precisarono che l'appartamento era poco frequentato. Dopodiché, contravvenendo a ogni regola del proprio mestiere, gli agenti decisero di andarsene. Ai primi di aprile, un gruppo di professionisti bolognesi riferì alla Digos - la quale a sua volta passò l'informazione all'ufficio stampa di Zaccagnini - che nel corso di una seduta spiritica era stato mormorato da un medium il nome: "Gradoli". La 'soffiata' valeva quel che valeva. Tuttavia, era parso giusto informare della cosa le forze dell'ordine. Ma la Polizia, anziché tornare in via Gradoli (una traversa romana situata lungo la via Cassia, in cui la maggior parte degli appartamenti erano - e sono ancora oggi - affittati soprattutto a elementi dei servizi segreti) e sfondare la porta di quell'alloggio innanzi al quale erano già stati, preferì inspiegabilmente 'piombare' a 'sirene spiegate' nel comune di Gradoli, in provincia di Viterbo. A nessuno venne in mente quel misterioso uscio chiuso. E nessuno si sentì tenuto a scomodarsi per andare a controllare quell'appartamento, nonostante gli inviti di Eleonora Moro, che aveva individuato perfettamente la via sullo stradario di Roma, quanto meno per verificare l'esistenza stessa di quella strada alla 'periferia nord' della capitale. Ma gli aspetti 'surreali' non finiscono qui: il 18 aprile, i vigili del fuoco penetrarono proprio in quell'appartamento, al fine di tamponare una perdita d'acqua. Ritrovandosi sommersi da armi, volantini e carte topografiche, si accorsero che si trattava di un 'covo' brigatista e avvertirono chi di dovere. In un 'bailamme' indescrivibile si catapultarono sul posto giornalisti, Carabinieri, Polizia e persino magistrati, trasformando l'ispezione in un caos totale, con documenti che, girando di mano in mano, alla fine scomparvero misteriosamente e non furono mai più ritrovati. Ma non è tutto: dopo addirittura un mese dalla prima segnalazione, la Digos di Roma individuò una tipografia in via Pio Foà che, da tempo, si sospettava fosse frequentata dai brigatisti. Ma l'autorizzazione a perquisire, misteriosamente giunse soltanto nove giorni dopo, cioè allorquando Moro era ormai cadavere. E quando gli agenti decisero finalmente di entrare in quei locali, s'imbatterono in una macchina da scrivere elettrica proveniente dai Rus (Unità speciali dell'Esercito): un reparto che faceva parte del Sismi, il servizio segreto militare sorto sulle ceneri del vecchio Sid. Infine, il 25 marzo venne emanato dalla sede nazionale della Dc di piazza del Gesù un documento sottoscritto da alcuni 'amici di Moro', antichi compagni di corrente come Giovan Battista Scaglia e prelati come il cardinale Michele Pellegrino, i quali iniziarono a sostenere la tesi che "l'uomo rinchiuso nella 'prigione del popolo' e impegnato in una serrata battaglia epistolare per sfuggire alla morte non è più quello che noi abbiamo conosciuto: è diventato un altro. Ha dimenticato i principi e i valori a cui ha uniformato la propria vita. Parla una lingua che non è la sua". Aldo Moro e la sua famiglia s'indignarono profondamente per quell'iniziativa, poiché al di là dell'occlusione di un 'canale di comunicazione' su cui ancora si contava, l'operazione 'Moro non è Moro' finì solamente col determinare gravi conseguenze sulle indagini, inducendo gli inquirenti a non soffermarsi sulle 'allusioni' e sui 'messaggi cifrati' che lo stesso Moro stava affidando alle sue lettere con la finalità di facilitare il proprio ritrovamento. Secondo Leonardo Sciascia: "Quando Cossiga e Zaccagnini, per dire delle condizioni in cui Moro si trovava, citavano la frase di quella lettera diretta a Cossiga in cui Moro scrive testualmente "mi trovo sotto un dominio pieno e incontrollato", è curioso non si siano mai accorti che quella frase conteneva un'incongruenza che non definiva con precisione il 'dominio' sotto cui Moro si trovava. Che voleva dire la parola: 'incontrollato'? Chi poteva o doveva 'controllare' le Brigate Rosse? Perciò, mi appare attendibile decifrare quella frase in questo modo: "Mi trovo in un condominio molto abitato a non ancora controllato dalla Polizia". E probabilmente, anche le parole 'sotto' e 'sottoposto' erano da intendere come indicazioni topografiche. Ma nonché decifrare, non si è voluto nemmeno stare attenti all'evidenza: come in quel 'qui' sfuggito alla censura delle Brigate Rosse, che inequivocabilmente era da intendersi 'a Roma' ("si dovrebbe essere nelle condizioni di chiamare 'qui' l'ambasciatore Cottafavi"). Non era un'indicazione da poco, considerando con quanto spreco di mezzi e di uomini lo si cercava fuori da Roma".

LOGICHE MASSONICHE
Quelli che abbiamo sopra elencati furono errori involontari? Trascuratezze causate dall'ansia e dall'impreparazione? E' difficile crederlo, poiché alla 'sciatterìa' di quelle ricerche vanno sommate altre circostanze a dir poco 'torbide'. Come già accennato, il Comitato di crisi del ministero degli Interni era composto, interamente o quasi, da membri della loggia massonica P2. Stranamente, già dalla fine di marzo di quel maledetto 1978, questo Comitato non venne più nemmeno convocato. E delle sue sedute non è mai stata verbalizzata neanche una riga. La P2 non era un'innocua associazione ricreativa: fra il 1975 e il 1976 aveva predisposto un 'Piano per la rinascita democratica' e redatto un 'Memorandum sulla situazione politica in Italia' - sequestrati solamente nel 1982 - in cui veniva richiamata la necessità di rovesciare la 'triade' sindacale, abolire lo statuto dei lavoratori, piazzare uomini ben selezionati nelle 'posizioni-chiave' dei Partiti, sottoporre la magistratura al controllo del potere esecutivo, acquistare alcuni importanti settimanali e riformare integralmente la Costituzione. Altra strana circostanza: chiamato da Cossiga come proprio consulente personale, fin dai primi giorni del rapimento era presente a Roma, in gran segreto - nemmeno l'Ambasciata americana ne era informata - il responsabile del servizio antiterrorismo del Dipartimento di Stato degli Stati Uniti, Steve Pieczenik. Questa è un'indicazione particolarmente significativa: non venne convocato Brian Jenkins, uno dei massimi esperti mondiali di terrorismo, bensì Pieczenick, il quale, a differenza del primo, si faceva portatore della seguente tesi: "Bisogna dimostrare che nessuno è indispensabile per la sopravvivenza dello Stato". Il 'caso Moro' era particolarmente adatto a questo genere di dimostrazione, dal momento che, sempre secondo Pieczenick, lo statista democristiano rappresentava: "Un elemento molto importante del sistema". L'idea adottata fu dunque quella di dimostrare che si poteva fare a meno anche di Moro. Teniamo presente, per amor di storiografia, che Pieczenick, all'epoca dell'amministrazione Nixon, era stato 'assoldato' dall'allora Segretario di Stato americano, Henry Kissinger, il quale nutriva nei confronti di Moro la più profonda disistima, considerandolo un filocomunista e un destabilizzatore incosciente dello scacchiere internazionale. E noi non crediamo fuori luogo ipotizzare, a questo punto, che la condanna a morte del presidente della Dc, prima ancora che dalle Brigate Rosse, in verità fosse già stata 'tacitamente pronunciata' dal 'Governo invisibile' delle nostre 'centrali spionistico-evesive'.

EPILOGO
Poco altro vogliamo aggiungere intorno alla lunga diatriba relativa alla cosiddetta 'linea della trattativa', alla quale aderirono solamente la famiglia di Moro, il Psi di Bettino Craxi e, pur con qualche 'democristiana titubanza', Giovanni Leone e Amintore Fanfani. Solo un atto unilaterale, come per esempio la concessione della Grazia a Paola Besuschio, avrebbe potuto fermare il corso degli eventi senza ledere l'integrità delle istituzioni. E le Br lo avrebbero accolto persino con sollievo. Nessuno si sarebbe sentito autorizzato a sostenere che il Paese si era piegato a un 'diktat' dei terroristi. Ma furono proprio questi ultimi, alla fine, a rendere anche quest'idea praticamente impraticabile, poiché lasciarono intendere troppo tardi che un simile provvedimento sarebbe bastato. Pretendendo provocatoriamente, in un primo tempo, la liberazione di 13 detenuti e ripiegando in seguito su uno scambio ufficiale 'uno contro uno' - sorretti da Moro che, impuntatosi sulla trattativa, compromise anche un'iniziativa autonoma e non 'pattizia' dello Stato - finirono con l'immobilizzare la controparte in un giuoco al ribasso di cui l'opinione pubblica poteva solo ricavare l'impressione che ogni gesto proveniente dal 'Palazzo' combaciasse con le loro vere richieste, ovvero quelle che le Brigate Rosse avevano in mente sin dal principio. Ma il Partito della lotta armata, che aveva progettato un'impresa spettacolare al fine di risollevare la propria immagine, all'improvviso decise di puntare tutte le proprie carte sul rilascio di un certificato di 'legittimità politica' che non gli sarebbe servito assolutamente a nulla. La prova migliore di come, nel 'caso Moro', siano stati compiuti errori grossolani sarà offerto, in seguito, dal comportamento molto più cauto che le Br adottarono nel corso del sequestro del giudice D'Ursio, al termine del quale riuscirono a ottenere con facilità la chiusura del carcere di massima sicurezza dell'Asinara. Insomma, le cose avrebbero potuto evolversi in maniera assai diversa se solo Moro si fosse risolutamente presentato per quello che, in realtà, egli era: 1) il capo della maggioranza parlamentare di 'solidarietà nazionale'; 2) il garante del Governo Andreotti; 3) l'effettivo presidente della Repubblica italiana. Solo in tal modo si sarebbe potuto generare un clima d'incertezza su chi davvero rappresentasse, in quel momento, lo Stato. Questo Stato, con la sua Costituzione materiale e il suo stesso sistema democratico. Se fosse stata adottata tale strategia, forse la Dc non si sarebbe lasciata atterrire dalla prospettiva di dover capitolare per devozione a un proprio uomo; forse, i comunisti avrebbero finalmente compreso che non era stato ordinato loro 'dal medico' di dover 'vigilare' sulla cedevolezza altrui; forse, il nostro 'Governo invisibile' si sarebbe ritrovato di fronte a forze ben più attente ai suoi intrighi. Rimane fuor di discussione che se Moro avesse tenuto una condotta più aggressiva, dalla 'prigione del popolo' non sarebbe mai uscito neanche un biglietto. Tuttavia, qualcun'altro, come Arrigo Levi, si sarebbe fatto avanti per impostare una vera strategia d'attacco, la quale, molto probabilmente, avrebbe potuto rivelarsi assai più incisiva. Senno di poi? Storia controfattuale? Può darsi. Ma ciò che a nostro parere rimane accertato è solamente il fatto che, tra il 16 marzo e il 9 maggio 1978, in Italia si consumò il dramma di una democrazia debole, insieme alla tragedia di un uomo che non voleva diventare un martire e che proprio non riuscì a trasformarsi in un eroe. Per quanto concerne le sue 'Lettere dalla prigione del popolo', forse sarebbe il caso, oggi, di stendere definitivamente un 'velo pietoso': troppo se ne è scritto e, il più delle volte, in maniera abusiva. Soprattutto, da parte di chi ne ha asservito la dolente, ma umanissima, capziosità alla singolare teoria secondo la quale uno Stato debole non dovrebbe difendersi, bensì suicidarsi. Troppi misteri di questa vicenda sono rimasti irrisolti, ipocritamente sospesi, superficialmente lasciati a se stessi. A dimostrazione che il male di fondo della nostra democrazia rimane quello di una 'ipocrita indifferenza' che, periodicamente, copre ogni soffio di verità con il sordido fetore delle omissioni e delle menzogne.




(inchiesta tratta dal saggio 'Sporca Italia' edito da Compact Edizioni)

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Roberto - Roma - Mail - domenica 25 marzo 2018 21.9
Un grande lavoro, un ottima inchiesta, un modo giusto di ricordare una vicenda che ha dimostrato che paese disgustoso sia l'Italia e una buona parte degli italiani. Anche se leggo tutto questo con ritardo, la ringrazio per il suo sforzo e il suo lavoro Direttore.
Cristina - Milano - Mail - venerdi 16 marzo 2018 5.23
Ottima ricostruzione storica. Io non ricordavo tutti i retroscena, ma solo grande confusione e paura e la sensazione che non tutti facessero il possibile x salvarlo...


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