
Serena Maffia è una regista, autrice e artista poliedrica, che ha fatto della versatilità il suo tratto distintivo. Dalla regia teatrale alla scrittura, dalla pittura alla fotografia, ha sempre saputo sorprendere il pubblico con lavori originali e innovativi. Il suo ultimo progetto, 'Il racconto della canzone italiana – A tempo di Refolo', unisce musica, teatro e improvvisazione, portando in scena quasi due secoli di canzone italiana. Con ‘A tempo di refolo', Serena Maffia conferma una visione del teatro viva e contemporanea, dove musica, racconto e improvvisazione si fondono in un’esperienza che cambia ogni sera. L’abbiamo incontrata per farci raccontare la genesi di questo divertente spettacolo e la sua visione di arte.
Serena Maffia, com’è nato 'Il racconto della canzone italiana – A tempo di Refolo'? Da dove è scaturita l’idea di questo viaggio musicale e teatrale?
“L’idea nasce dalla collaborazione con il protagonista, Stefano Refolo, musicista appassionato di curiosità legate alla genesi delle canzoni italiane. Insieme abbiamo voluto raccontarli con la musica e il teatro in modo comico, ironico e coinvolgente. Amo creare spettacoli ‘ad hoc’, cuciti su misura per gli artisti con cui lavoro. Ho scritto per Refolo un racconto fatto di aneddoti e curiosità, partendo da ‘Te voglio bene assai’ del 1835, fino ai grandi cantautori contemporanei”.


Dobbiamo dare atto al ministro Tajani di aver inventato un nuovo filone politico: il 'sovranismo giudiziario'. Il pensiero su cui si fonda tale stravagante filosofia è molto semplice: la carcerazione preventiva è un male, ma solo in Italia. In Svizzera, per esempio, dovrebbe invece essere obbligatoria.


Ornella Vanoni, artista e interprete eccezionale della canzone Italiana, ci ha lasciato il 21 novembre scorso all'età di 91 anni, a causa di un malore sopraggiunto in tarda serata - un arresto cardiocircolatorio - nella sua casa di Milano. Si parlava di un persistente dolore alla schiena già da qualche giorno, simile a quello prodotto da un coltello, sintomo del sopraggiungere di problemi cardiaci.




Fino al 1° febbraio 2026, Palazzo Cipolla — nel cuore di Roma — ospita una delle più incisive esposizioni dell’anno: 'Dalí: rivoluzione e tradizione'. Oltre sessanta opere del maestro catalano che mettono in scena il duello creativo tra innovazione surrealista e profonda reverenza per la grande pittura del passato. Il nome di Palazzo Cipolla lungo via del Corso discende dell’architetto Antonio Cipolla e si profila quale ultima opera architettonica di rilievo della Roma di papa Pio IX, nonché la prima della città in quanto capitale d’Italia. Lo stile del palazzo lo rende la sede perfetta per ospitare la mostra nel suo incarnare due epoche e stili diversi, come il Quattrocento fiorentino e il Cinquecento romano. Una congiunzione perfetta per valorizzare lo sguardo di Dalì verso il passato e, al contempo, la sua visione di futuro. Promossa dalla Fondazione Roma, in collaborazione con la Fundació Gala-Salvador Dalí, il supporto organizzativo di MondoMostre e il patrocinio dell’Ambasciata di Spagna in Italia, l’esposizione ripercorre e svela come Dalì sia riuscito a diventare l’artista surrealista oggi universalmente riconosciuto. E cioè grazie al profondo studio e alla sincera ammirazione dei 'mostri sacri' del passato, tra tutti Raffaello. Sotto la direzione scientifica di Montse Aguer, direttrice dei Musei Dalí e la curatela di Carme Ruiz González e Lucia Moni, la rassegna ha voluto anche celebrare la ricorrenza del centenario dalla prima mostra personale dell’artista spagnolo.

Trump il chiacchierone,
mettilo dentro
a un ascensore
e portalo in alto,
più in alto che si può.
Portalo in cima al Monte Rushmore
e lasciagli recitare
il suo libro di menzogne:
di sicuro gli daranno
il Premio Nobel per la pace.
E’ il classico figlio di papà,
che si è dimenticato
dei ‘buffi’ che ha
e degli amici che lo hanno aiutato
in Afghanistan e in Irak.
Trump il chiacchierone
è un abile manipolatore:
sarebbe ora di rimetterlo in riga.
Prendilo per mano
e portalo alla sbarra,
per fargli sciorinare tutti i suoi alibi.
Rivendica Dio
come un diritto sacrosanto,
mentre calpesta
il Dio degli israeliani
e fa la stessa cosa
con il Dio dei musulmani,
perché dice che il suo Dio
"è orgoglioso" di lui.
Sette bugie,
moltiplicate per sette,
moltiplicate per 77 volte sette.
Sette angeli
con sette trombe:
rimandali pure a casa
con il primo treno del mattino.
“Chi è quel tipo che balla”?
E’ Trump il chiacchierone:
mezzo razzista e mezzo ‘cafone’.
“Chi è quel Tizio che fa il buffone”?
E’ Trump il chiacchierone,
colui che dovrebbe solamente
chinare il capo dalla vergogna.
Ancora e ancora...
Ancora e ancora.

‘E lui sarà Levon’, il nuovo romanzo di Alessio Pizzicannella, arriva in libreria e negli store digitali con una voce misurata e riconoscibile, capace di lasciare un segno duraturo nel lettore. Pubblicato da Jasa Edizioni, il libro è un affresco corale e visionario dell’America contemporanea. Un racconto che intreccia amore e disincanto, desiderio di salvezza e inevitabile caduta. Ambientato a Los Angeles, ‘città-miraggio’ dove la purezza convive con la dipendenza e la speranza cammina accanto alla disperazione. Il romanzo si muove come una preghiera spezzata. Qui la fede non è più un rifugio, ma una merce, mentre la ricerca di senso diventa strumento di potere. Pizzicannella osserva questa deriva con uno sguardo innamorato e crudele, lasciando che siano i suoi personaggi, fragili, affamati e imperfetti, a raccontare la lotta quotidiana tra ciò che si sogna e ciò che resta. Le storie s’intrecciano come mani che cercano appiglio: c’è chi tenta il riscatto e chi sopravvive giorno per giorno; chi crede ancora e chi ha smesso, ma non riesce a dimenticare come si fa. Los Angeles diventa, così, una metafora del nostro tempo. Un luogo in cui tutto brucia: gli ideali, i corpi e le speranze, dove ognuno prova a salvarsi dal proprio incendio personale. E’ qui che il romanzo assume una dimensione profondamente romantica. Nessuna ricerca di un lieto fine, solo tanta ostinazione di chi continua a cercare, anche quando sa che potrebbe non trovare nulla.