Giuseppe LorinSono ormai quasi due anni che stiamo vivendo, o meglio sopravvivendo, in un periodo particolarmente critico, che ci fa apparire tanti valori degradati e antichi ideali emarginati dal vivere quotidiano. Eppure, l’esaltazione per la conquista della Coppa Europa per nazioni 2020 rievoca e richiama alla nostra memoria momenti di vita associativa nella quale si intrecciano ricordi storici, gloriose tradizioni di dignità cittadina, episodi campanilistici, ma non per questo meno significativi di quello spirito italiano aperto e collaborativo, arguto forse ma mai arrogante. Gli azzurri, i bianchi, i diavoli rossi e i verdi hanno una loro ragion di essere, se collocati o decentrati nel tessuto del proprio Paese come un punto di raccordo aggregante rispetto all’alienazione e all’estraneità esistenziale, imposti dai nuovi modelli della società consumistica. È la Storia antica del calcio italiano che lo straniero non conosce, senza edulcorazioni, calata nella realtà della vita di ogni giorno nel segno di una speranza: la faticosa riconquista di una dimensione umana e di una spinta promozionale volta a rendere giustizia al calcio italiano e ai suoi generosi tifosi. E questo è il modo più vero di identificarsi con l’Italia, di cui il calcio è storicamente una sua espressione, sin dai tempi del suo progenitore fiorentino. Le antiche radici affondano nel ‘gioco della palla’, praticato dai greci col nome di ‘sferomachìa’ e, più tardi, dai romani, i quali impressero quel carattere aspro che ancora oggi lo distingue. Era chiamato ‘harpastum’ e, attraverso la completezza di questo esercizio ginnico, eseguito da due squadre di egual numero e con un preciso criterio di regole, esso temprava lo spirito e il corpo sia dei cittadini, sia dei legionari. Era uno spettacolo di forza sportiva che, cambiando il proprio nome in quello di calcio, ebbe il suo maggior splendore nei tempi d’oro della Firenze repubblicana e 'medìcea'. È evidente che il nome di calcio derivi da uno dei modi coi quali, di preferenza, veniva lanciato o sospinto il pallone, molti secoli prima che il gioco venisse rivisitato ed esportato dagli inglesi profondamente mutato, sia nel nome, football, sia nelle regole. E qui è interessante ricordare come l’harpastum fosse stato portato in Inghilterra dai legionari di Giulio Cesare, ma che in seguito, tramontato l’astro della Roma imperiale, non avesse troppa fortuna come esercizio militare, sia per la preferenza che i britannici, specialmente nel XV secolo, davano al tiro con l’arco, da loro ritenuto più idoneo alla preparazione bellica, sia perché, da buoni puritani, nutrivano una certa avversione per i rudi esercizi del corpo a corpo. Nel 1823 nacque, in Inghilterra, il ‘rugby’ che poco ha a che vedere con il calcio, se non per una distante parentela. E ricordiamo anche che ben tre futuri pontefici si cimentarono, nella loro gioventù, nell’accanito gioco del calcio: Giulio e Alessandro de’ Medici, che presero il nome di Clemente VII e Leone XI; Maffeo Barberini, che divenne Papa Urbano VIII; e negli anni ’50 del secolo scorso, il futuro Giovanni Paolo II, il santo.





Lascia il tuo commento

Nessun commento presente in archivio