Giuseppe LorinIl ‘centravanti’ più classico della storia del nostro calcio ci ha lasciati. Ma Giampiero Boniperti non è stato solamente un grande giocatore e un grandissimo presidente della Juventus. Egli era, soprattutto, un profondo conoscitore dell’animo umano. Fu lui il primo a individuare Gaetano Scirea nelle giovanili dell’Atalanta: un ragazzo eccezionale, sia come difensore, sia come uomo. Giampiero Boniperti era uno di quei dirigenti che parlano poco, ma fanno i fatti. Non si trattava di pragmatismo ‘piatto’, come quello in gran voga in questi tempi di ‘società liquida’, dominata da una serie di codici ‘binari’, che non contemplano la terza dimensione: la sua determinazione si imperniava su una serie di presupposti che variavano dall’antropologia liberale al cattolicesimo moderato. C’era un ‘retroterra’ nel suo pensiero: un’antica saggezza contadina. E si trattava di princìpi ben saldi, che gli permisero di attraversare gli anni della grande trasformazione italiana. Da calciatore, egli visse l’epoca, difficilissima, dell’immediato dopoguerra e del successivo ‘boom’ economico; da dirigente, seppe restare ben saldo alla guida di una squadra che arrivò a vincere tutto. Se davvero si vuol sapere chi mise le fondamenta di quella Juventus che, in seguito, divenne l’ossatura della nazionale che vinse i mondiali spagnoli del 1982, dobbiamo riconoscere che il vero ‘grande architetto’ di quella squadra fu proprio lui. Fu lui che scelse come portiere Dino Zoff, strappandolo al Napoli; fu lui che scoprì Gaetano Scirea e Antonio Cabrini; fu lui che un giorno, a Como, s’innamorò di una mezzapunta come Marco Tardelli, che suggeriva ma spesso realizzava goal decisivi; fu lui che s'invaghì di un’ala tornante trasformato in ‘regista occulto’ come Franco Causio; e fu ancora lui il vero scopritore di una ‘torre’ come Roberto Bettega, quasi mettendosi alla ricerca di se stesso. Il suo pensiero era il seguente: “Per costruire una squadra di calcio, fondamentalmente servono 4 giocatori: un bravo portiere; un libero efficace; un centrocampista intelligente; una ‘punta’ col senso del goal”. Da ex attaccante, proprio nei riguardi dei centravanti ogni tanto era scettico. Per esempio, fu tra coloro che non credette al primo Paolo Rossi, tesserato con la Juventus ma subito mandato in prestito al Lanerossi Vicenza, che già dopo un anno lo riscattò. Secondo Boniperti, l'atipico Paolo Rossi era “fisicamente gracile”: un ‘rebus’ risolto, in seguito, da Gibì Fabbri. Tuttavia, Boniperti fece ‘centro pieno’ quando individuò Roberto Bettega: il miglior colpitore di testa della seconda metà degli anni ’70 del secolo scorso. Solo l’argentino Daniel Passarella poteva essere considerato abile quanto lui, sulle ‘palle alte’. Ma Passarella era solamente uno ‘stopper’, che si presentava nelle aree di rigore avversarie solamente per i calci d’angolo, perché secondo un vecchio schema inglese, nessuno può attendersi di trovare, davanti alla propria porta, un difensore avversario. Insomma, Daniel Passarella era anch’esso un colpitore di testa efficace, ma non era un centravanti di ruolo. Bettega, invece, era una vera e propria ‘macchina da goal’, che tuttavia incontrò degli infortuni che non sempre gli permisero di farsi trovare puntuale agli appuntamenti di prestigio, soprattutto in nazionale. In ogni caso, ci pensò Enzo Bearzot a completare il ‘Boniperti-pensiero’. Infatti, il tanto bistrattato Bearzot fu un tecnico eccezionale esattamente per questo motivo: sapeva riconoscere l’intelligenza altrui. Secondo il commissario tecnico friulano, la teoria ‘bonipertiana’ era grossomodo corretta. Gli bastò recuperare Paolo Rossi e inserire l’estro quasi sudamericano di Bruno Conti e il ‘cerchio’ incontrò, finalmente, la sua ‘quadratura’ più perfetta. Roberto Bettega, nel 1982 era infortunato. E allora ‘dentro’ il coriaceo 'Ciccio' Graziani. E nella finale del Bernabeu, contro la Germania, lanciò Alessandro Altobelli: un giovanotto di Latina, ma scoperto dal Brescia, che in seguito divenne il degnissimo erede dello stesso Roberto Bettega. Insomma, Bearzot non s’inventò nulla. E quando decise di imperniare la sua nazionale, per 7/11esimi, sulla Juventus di Boniperti, tutti lo accusarono di essere ‘filo-juventino’, perché come al solito la volgarità da spalto calcistico la fa sempre da padrona, qui da noi. Quell’accusa era totalmente infondata: in primo luogo, Enzo Bearzot, da calciatore, aveva giocato come mediano nel Torino; in secondo luogo, egli aveva capito perfettamente la ‘visione di squadra’ che aveva in testa Giampiero Boniperti. E fu questo il ‘valore aggiunto’ del nostro calcio in quegli anni: un italiano che, vivaddio, aveva saputo riconoscere le ragioni di un altro italiano. “La visione del presidente era corretta”, confessò più volte Bearzot. E tale confessione era la vera notizia che cercava, quasi inutilmente, di comunicare ai giornalisti di allora. Purtroppo, in un Paese come il nostro, in cui ognuno, per individualismo e sterilità morale, fatica ad ammettere che qualcuno possa avere delle ragioni più valide o possieda una visione ‘limpida’ delle cose, esprimere un concetto del genere significa parlare un’altra lingua. Perché qui da noi, nessuno comprende veramente che quando si dimostra l’umiltà di riconoscere le ragioni di altri – dell’Altro sociologico – a partire da quel momento può accadere di tutto. Persino un miracolo.





Lascia il tuo commento

Nessun commento presente in archivio