Carla De LeoMangiare insieme è un momento di convivialità e di socializzazione. Ci si incuriosisce del piatto dell'altro, di un profumo o di un sapore differente. Possiamo facilmente immaginare quale prezioso aiuto rappresenti, in ambito scolastico, per tutti quei bambini che hanno difficoltà a inserirsi, a fare amicizia o, anche intrinsecamente, solo a mangiare. Per questo motivo, la corte d'Appello di Torino ha stabilito che il tempo trascorso in mensa non è da considerarsi una semplice 'pausa-pranzo', ma un 'momento educativo', al pari delle ore trascorse in aula. È dunque un diritto e, come tale, dev'essere garantito anche a quei bimbi che non aderiscono alla mensa scolastica. Ciò significa che se, fino a qualche giorno fa, i genitori che non volevano (o non potevano) iscrivere i figli alla mensa della scuola dovevano andare a prenderli per poi riportarli dopo il pranzo, da oggi possono lasciare i propri bambini nell'istituto con il pranzo preparato a casa. D'altronde, non si possono costringere le famiglie ad aderire a un servizio - quello della mensa scolastica - che, per legge, è facoltativo: saranno i genitori a scegliere tra la mensa o il 'pranzo al sacco' (e, di conseguenza, a selezionare gli alimenti che riterranno più idonei), fermo restando che, in qualsiasi caso, i bambini hanno il diritto di restare a scuola perché la 'pausa-pranzo' rientra nell'esercizio del diritto all'istruzione, quindi dell'offerta didattica. Questa sentenza non arriva casualmente, ma è il risultato di tre anni di 'lotta', definita 'la battaglia del panino', da parte di centinaia di famiglie torinesi, che nel 2013 avevano presentato un ricorso contro l'aumento vertiginoso delle tariffe della refezione, calcolate per fasce in base ai 'parametri Isee'. Il Tar aveva respinto la richiesta, riconoscendo il diritto del comune di modulare le tariffe, ma aveva passato al Tribunale la 'patata bollente' inerente al diritto di portarsi il pranzo da casa. E dopo il 'no' in primo grado è ora arrivata la sentenza della corte d'Appello, che ha ribaltato totalmente la questione, dando il via a non poche polemiche e domande. Innanzitutto, la sentenza crea un precedente (non a caso su Change.org è già stata lanciata una petizione diretta dalla Regione Lombardia, nella quale si chiede di dare la possibilità agli alunni di consumare in mensa il pasto preparato a casa dai genitori), con il timore che possa avvenire una 'disiscrizione' di massa dalle mense scolastiche. Eventualità che, per la 'Rete commissioni mensa' di Genova, significherebbe il fallimento del pasto come momento educativo, ma anche una 'miccia' che potrebbe innescare l'insorgere di diseguaglianze o di sentimenti discriminatori in quei bambini che, ogni giorno, mangeranno un panino accanto ai compagni che, invece, consumeranno un pasto completo. La 'Rete' chiama, perciò, in causa il tema dei diritti, ponendosi l'interrogativo se sia giusto o meno che i bambini consumino pasti differenti. A questo punto, dovremmo anche ricordarci come le differenze alimentari esistano già: allergie, intolleranze, tradizioni distinte e motivazioni religiose hanno già diversificato l'offerta, rispondendo al diritto di scelta. Di fatto, la corte d'Appello ha stabilito che il 'diritto-dovere' costituzionale di andare a scuola e in modo gratuito entra in conflitto con l'imposizione di una tariffa per il pasto, poiché snatura la gratuità dell'istruzione obbligatoria. Molte famiglie non possono permettersi economicamente la 'retta' mensile per la mensa, ma questo non deve ledere il diritto dei bambini di restare a scuola durante le ore dedicate al pranzo. Il provvedimento innesca, inoltre, altri interrogativi: se il pranzo è un momento educativo e di socializzazione e fa dunque parte dell'offerta didattica, ciò comporta che, insieme ai sorveglianti, dovranno essere presenti anche i docenti per vigilare sugli alunni? E questo non rappresenta un considerevole aumento delle ore lavorative per molti insegnanti, rendendo necessario per il Miur l'assunzione di nuovo personale? Si crea, infine, un problema di 'spazi' e di norme igienico-sanitarie per garantire il servizio: dove mangeranno, fisicamente, i bambini che consumeranno il 'pranzo al sacco'? Chi è contro la decisione, sottolinea come i cibi serviti dalle mense rispecchino una dieta sana, equilibrata e variegata, salvaguardando la salute dei bambini. Di contro, sono anni che in tutta Italia molti genitori lamentano un servizio sempre più scadente. È ovvio che la questione aperta dalla sentenza vada ora affrontata, caso per caso, insieme al ministero dell'Istruzione. Ma quel che qui sembra davvero interessante è la possibilità di poter restare a mensa anche a quei bambini che non aderiscono al servizio, non solo perché è un momento pedagogico, formativo e di sviluppo della personalità, ma in quanto fonte di valorizzazione delle capacità relazionali e di educazione ai principi della civile convivenza. E la vera discriminazione sarebbe negare ai nostri figli quest'opportunità.


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Giovanni Giavazzi - Vigevano - Mail - lunedi 19 settembre 2016 22.33
Queste sagge considerazioni rendono molto chiara la sentenza, che purtroppo è stata diffusa dalla stampa con troppa superficialità, dando origine quasi esclusivamente a battute ironiche. Anche il titolo di questo intervento si rifà a queste battute, mentre si tratta di applicare un diritto da prendere in considerazione dal cosiddetto POF, che ogni scuola deve proporre. Anche la mensa concorre alla formazione dello studente.
Brava la signora De Leo, che ha così bene illustrato la saggezza della Corte di Appello di Torino.


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