Antonio Di GiovanniNon meno di qualche mese fa ho scritto un articolo sull’infibulazione, una tradizione orribile perpetrata sulle donne africane, un atto di violenza ingiustificabile e inqualificabile compiuto in nome di una fantomatica quanto improbabile tradizione religiosa sulle donne. Poco tempo dopo, ho appreso tristemente che ad Aceh, nella provincia nord-occidentale dell’Indonesia, diventerà legge - se ciò non è già avvenuto - la condanna a morte tramite lapidazione per le donne che si rendono responsabili di adulterio, nonché la fustigazione in pubblico per le probabili relazioni prematrimoniali in applicazione delle norme penali della ‘sharia’. Questo drammatico epilogo, quello di Sakineh e di Ebrahim, non è altro che il risultato di un complesso di norme religiose, giuridiche e sociali dedotte dalla dottrina coranica. In essa convivono regole teologiche, ritualistiche e morali insieme a quelle che noi chiameremmo norme di diritto privato o di organizzazione sociale, affiancate altresì da norme fiscali, penali, processuali e di diritto militare. Infatti, ‘sharia’ significa, alla lettera, “la via da seguire”, ma si può anche tradurre con la locuzione: ‘legge divina’. Secondo quanto dichiarato da organismi internazionali, la normativa gode di un vasto consenso sociale e politico nella maggioranza dei Paesi islamici, malgrado vi sia chi vi si oppone in nome del rispetto dei diritti umani e delle moderne Costituzioni. Certo, rimane difficile comprendere la vicenda di Sakineh e cosa significhi obbedire a una legge che possa ritenersi ‘rivelata’, stabilita da Dio e che, pertanto, viene ritenuta l’unica valida. Noi continuiamo a pensare che in un Paese possano coesistere le leggi del codice laico con quelle del codice religioso, proprio perché siamo figli di colui che per primo si ribellò alla vista di un’adultera condotta alla lapidazione. Ora, non intendiamo entrare nel merito della complessa storia di Sakineh. Ed è ovvio che proviamo un profondo senso di tristezza e di dolore per tutto ciò che comporta la dinamica legata alla vicenda in questione, soprattutto per il fatto di essere avversi alla pena di morte. Tuttavia, ci appare evidente come in tutto questo ‘tam tam’ mediatico ci sia chi, come sempre, all’italiana maniera, sfrutta determinate situazioni per un ritorno personale e politico in una gara di pseudo/soliedarietà esclusivamente di ‘tendenza’, magari dimenticando che, a pochi metri da casa nostra, ci sono persone che vedono calpestati i loro diritti quotidianamente, che magari non hanno un tetto dove dormire o non mangiano per giorni se non elemosinando qualche spicciolo o semplicemente attendono da anni di veder realizzate opere importanti per la propria qualità della vita. Insomma, interessarsi di problemi a carattere internazionale sia più ‘chic’ che risolvere un problema di cui non viene a sapere niente nessuno. Un po’ come fare della beneficenza senza dirlo a in giro, invece di organizzare una bella serata mondana con la scusa della benefica generosità: questa la differenza che stiamo notando. Tornando a Sakineh, indubbiamente la sua condizione attuale fa rabbrividire, poiché il non rispetto verso le donne nei Paesi musulmani appare sempre più inconcepibile. Da giorni, il mondo intero sembra essersi (giustamente) mobilitato per scongiurare la sua morte. La donna è accusata di aver prima tradito e poi ucciso il marito. Certo, la sua unica vera colpa, in realtà, è quella di essere nata donna in un Paese in cui nascere di sesso femminile viene percepito quasi come un male o un peccato. In Iran, a dire il vero, ci sono molti casi come quello di Sakineh. E molti omicidi sono avvenuti e avvengono per volere della religione, che in questi luoghi è legge. Anche la storia di Ebrahim Hamidi è simile a quella di Sakineh: egli è un ragazzo omosessuale arrestato all'età di sedici anni con l'accusa di aver violentato un uomo. Insieme a lui erano stati arrestati altri quattro ragazzi, ai quali è stata promessa la libertà in cambio delle accuse a Ebrahim, il quale in seguito è stato torturato e si trova, al momento, senza una difesa legale perché il suo avvocato è stato intimidito e costretto ad abbandonare il Paese. L'unica colpa, anche per Ebrahim, che oggi ha diciotto anni, è quella di essere omosessuale. In Iran, gli omosessuali vengono arrestati, frustati, violentati, torturati e, spesso, uccisi, alla stregua delle donne infedeli. Spesso, questi omicidi passano inosservati e intorno a questi gesti maledettamente disumani non si accendono i riflettori dei mass media. Ora, la Francia sembra essersi mobilitata per chiedere la liberazione di questo ragazzo, l'Italia invece, a differenza di Sakineh, non ha preso ancora nessuna posizione in merito mentre il Vaticano tace (la Chiesa è apparsa assai cauta anche sul caso della donna iraniana, a dire il vero). Siamo dunque d’accordo con la mobilitazione in favore di Sakineh e va anche bene cercare di salvare una donna. Ma un gay possiede anch’esso gli stessi diritti e non può andare tranquillamente al patibolo solo per disinteresse mediatico. La condizione delle donne in Paesi come l'Iran è un problema che l'occidente non vuole vedere. Siamo da sempre convinti che le guerre non servano a nulla, se non ad arricchire i trafficanti e i costruttori di armi. E’ infatti con la cultura che si cambiano le cose, che si sconfigge l'ignoranza. L'occidente ha preso a cuore il caso di Sakineh che, nella sua terribile sfortuna, ha avuto l'opportunità di veder accendersi i riflettori internazionali sulla sua storia. Ma sono tante, tantissime, le Sakineh che aspettano di essere uccise, che sono state stuprate e torturate per confessare crimini che non hanno mai commesso. Solo per rendere l’idea di ciò, si sappia che in molti Paesi musulmani, a causa dei decreti ‘Hudood’, promulgati nel 1979, molte donne rischiano punizioni crudeli. Ad esempio, il crimine detto ‘zina’ (rapporti sessuali extraconiugali volontari) può essere sanzionato con la pubblica flagellazione e la lapidazione. Rischiano l’accusa di ‘zina’ le donne che sono state violentate, che denuncino o meno l’aggressione subita. E se si rimane incinta a seguito di uno stupro non denunciato, una donna può essere accusata di ‘zina’. Inoltre, per una donna che denuncia uno stupro, l’onere della prova grava su di lei. Parecchie donne musulmane hanno accusato degli uomini di violenza carnale in passato, ma non sono riuscite a provarlo nei tribunali, dove invece gli imputati sono stati assolti e le querelanti accusate di ‘zina’. Ci percorre un senso di grande disagio mentre impaginiamo questo articolo e ci riesce difficile pensare che il mondo sia inerte innanzi a questo genere di situazioni’. Per carità, per Sakineh e per Ebrahim si stanno muovendo associazioni come Amnesty International e altre come l’Iheu in Gran Bretagna. Ma andrebbe fatto di più, molto di più, non semplicemente cambiare la foto del proprio profilo su Facebook. Bisogna aumentare le campagne di protesta, fare manifestazioni permanenti davanti alle ambasciate, spingere i Governi di tutte le nazioni a pronunciarsi ufficialmente contro la ‘sharia’ e contro il comportamento di molti Governi musulmani, fare in modo che vengano aboliti i Tribunali islamici presenti in occidente, al fine di favorire la difesa dei diritti umani individuali contro le imposizioni religiose. Anche perché l’Islam, in realtà, non nasce come religione discriminante in base ai sessi. La conferma di questa asserzione ci viene fornita da una persona che di certo non può essere accusata di essere fautrice del fondamentalismo islamico: l’iraniana Shirin Ebadi, premio Nobel per la pace nel 2003. In un’intervista pubblicata sul ‘Corriere della Sera’ del 26 gennaio 2004, la Ebadi, musulmana convinta e praticante, oltre che personaggio simbolo per le sue battaglie in tema di diritti umani, ha affermato che la distinzione dei diritti tra i due sessi “non è affatto sancita nelle fonti primarie, bensì in una prassi maturata successivamente, che ha visto il sesso maschile mutare certe leggi”. Fra i primi musulmani che diedero fiducia al profeta Maometto spiccavano due figure femminili: la moglie Aisha e la figlia Fatima, andata in sposa ad Alì. Ciò dimostra come l’Islam non sia nato assolutamente come religione discriminante in base ai sessi. Il Corano stesso non effettua distinzioni, ricordando che la rivelazione è indirizzata alla stessa maniera a musulmani e musulmane. Quindi, solo con l’avvento del ‘wahabismo’, l‘ideologia purista predicata dal teologo Wahab nel secolo XVIII, venne sancita la sottomissione della donna. Con l’avvento dei tempi moderni e della rivoluzione industriale nuove interpretazioni discriminanti nei confronti del genere femminile furono imposte dalla mano degli uomini: divieto di lavorare, di guidare la macchina, obbligo di indossare vestiti che coprano il corpo fino alla caviglia e così via. Questa è stata la vera distorsione della religione islamica professata da Maometto. Al riguardo, si deve ricordare che il ‘wahabismo’ non è mai divenuta ideologia maggioritaria nell’Islam, essendo religione di Stato solo in Arabia Saudita. Ed è proprio in questo Paese, uno dei più fedeli alleati dell’Occidente, che i precetti di Wahab trovano applicazione ancora oggi e le violazioni dei diritti della donna sono più evidenti. Inoltre, c’è da sottolineare anche la resistenza delle stesse donne musulmane, che a volte diventano complici degli uomini punendo esse stesse le loro figlie o ‘tradendo’ le proprie conoscenti. Insomma, una situazione complessa in Paesi che da moltissimi anni rifiutano di aprirsi alle leggi della democrazia occidentale e di cambiare la loro prospettiva di pensiero. Il video che da giorni gira su youtube mostrando uomini e donne davanti all’indifferenza della polizia locale che prendono a calci, uccidendola, una ragazza 17enne rea di amare un ragazzo di pensiero differente rappresenta la prova di quanta bestialità comportamentale e totale assenza di pensiero democratico e liberale regni in questi Paesi. Quando si parla di soppressione dei diritti delle donne nel mondo musulmano, gli abitanti dei Paesi cosiddetti civili ed evoluti dovrebbero recitare un grande mea culpa giacché, per ragioni politiche e di convenienze commerciali, troppo spesso si è chiuso un occhio sulle brutali violazioni o intorno a comportamenti aberranti che avvengono in Stati considerati amici. Sempre viva dev’essere la lotta per i diritti delle minoranze che si scontrano ogni giorno con una politica lontana dai bisogni effettivi del Paese o con una religione sorda e cieca alle esigenze dei più deboli. Ma non dobbiamo nemmeno dimenticare o far finta di niente fingendo di non sentire le grida di dolore che arrivano da altre parti del mondo. Sakineh e Ebrahim rischiano la vita e, come loro, tante altre persone a causa dell'indifferenza di un occidente  curioso a intermittenza, troppo preso da se stesso. Le ingiustizie dell'uomo e della religione non devono mai avere la meglio sulla ragione.


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alvise bojago - padova- italia - Mail - domenica 19 settembre 2010 8.37
Ho trovato molto scarso il suo articolo, frutto di letture sporadiche e confuse sull'islam.

Lo č pure sul piano dell'indicazione politica, poichč lei non coglie il fatto - di per se gravissimo - che nessuna organizzazione musulmana presente in occidente, ha mai detto una parola contro la lapidazione dell'iraniana. E forse non lo farą mai !

Lei non coglie nemmeno il controsenso che si evidenzia nella linea editoriale di Laici .
Leggere articoli come il suo, che da un lato ci invitano a prendere posizione contro le leggi islamiche e dall'altro trovare quelli della F. Buffa che di fatto esigono nelle nostre scuole il rispetto delle culture dei loro emigrati nel nostro Paese, č un segno di confusione politica.

Fareste meglio a decidere quale linea editoriale state perseguendo.
Laicismo e libertą di espressione OK, ma ammucchiata di idee geenriche e inconcludenti, No, grazie !
Distinti saluti


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