
Il Governo Meloni appare in una condizione di evidente logoramento. Tre anni e mezzo di attività esecutiva non sono una 'passeggiata'. Tuttavia, una stabilità imperniata attorno a un principio di mera durata, in politica è una ben triste arte. Praticata, generalmente, nei regimi autoritari. Non ci troviamo in quelle situazioni 'democristiane' che, in passato, portavano alla costituzione di governi deboli o 'di attesa', che servivano solamente a far passare le 'buriane', come per esempio gli esecutivi 'balneari' affidati, di solito, alla guida di Giovanni Leone. Più semplicemente, siamo nelle classiche condizioni che prevederebbero un 'tagliando', un rinnovamento della compagine di governo all’insegna della discontinuità. Servirebbe, cioè, formare quel tipo di esecutivo a cui segue sempre l’avverbio latino 'bis'. Una possibilità implicitamente prevista dalla Costituzione 'formale' della Repubblica italiana, a patto che esistano i numeri per assicurare al nuovo esecutivo la fiducia in parlamento. Ma proprio il 'fastidio' per le aule parlamentari rimane la caratteristica più evidente delle forze di destra oggi al potere. E non soltanto in Italia. Siamo di fronte a una sorta di preconcetto, che considera il parlamento un luogo inaffidabile, che impedisce ogni rapidità decisionale. Ma il 'decisionismo' non è un comportamento meccanico o automatico: un semplice atteggiamento. Un leader realmente ‘decisionista’ non riempie l’ordinamento giudiziario di decreti il più delle volte totalmente inutili, trasformando il parlamento in un organo di ratifica di quanto stabilito a Palazzo Chigi. E se qualcuno sollevasse la questione innanzi alla Corte costituzionale attraverso un conflitto di attribuzione qualsiasi tra poteri dello Stato, finirebbe, per l’ennesima volta, col delegare alla magistratura il compito di rielaborare e reindirizzare la produzione normativa della politica, al fine di renderla compatibile con i princìpi costituzionali. Come si dovrebbe comprendere dopo l’esito referendario del 23 marzo scorso, è proprio la politica a non voler legiferare e a trasferire, indirettamente, ad altri organi dello Stato ogni responsabilità interpretativa e decisionale. Anche e soprattutto nei casi di quelle norme supportate da motivazioni di urgenza assolutamente parziali, per non dire discutibili.


Davide Piccardo, coordinatore delle associazioni islamiche, ha dichiarato che la vittoria del 'No' al referendum è avvenuta grazie ai musulmani. Dice Piccardo: “Lo scarto dei voti è 1 milione e 500 mila. Noi siamo 3 milioni e 200 mila, di cui votanti 1 milione e 300 mila e abbiamo votato ‘No’ al 90%". Lo diciamo agli strateghi del 'campo largo': ci abbiamo messo 50 anni per liberarci di un Partito confessionale come quello democratico-cristiano. Sarebbe veramente da 'bischeri' ritrovarsi, oggi, ricattati da un Partito confessionale e totalitarista islamico.


Chicago, anni ’30. Ida, una donna di malaffare invischiata in un giro di loschi criminali, viene assassinata. Frank, un essere mostruoso pieno di solitudine e in cerca di compagnia femminile, riesuma il suo cadavere e la riporta in vita con l’aiuto della dottoressa e scienziata Euphronious. Nessuno dei due immagina di aver resuscitato una potenziale 'mina vagante' posseduta, nientemeno, che dallo spirito della celeberrima scrittrice, Mary Shelley. Una bella trovata da parte dell’attrice statunitense, Maggie Gyllenhaal, che con 'La sposa!' – sua seconda pellicola da regista – ripercorre 'Frankenstein' e ci introduce nella personalissima rivisitazione de 'La moglie di Frankenstein' di James Whale.




Nei giorni scorsi, è andato in scena, al Teatro 'Ugo Betti' di Roma, il 'Duello' di Luigi Cerri. L’opera, in un unico atto, ha proposto un intenso confronto psicologico, al fine di analizzare le zone più oscure della psiche. Più che uno spettacolo narrativo in senso tradizionale, la pièce ha cercato di ricostruire un’esperienza sospesa tra analisi e sogno, dove realtà e inconscio si confondono. Al centro della scena: una seduta di psicoanalisi. Da una parte, lo psicanalista, interpretato da Tommaso Barbato; dall’altra, la paziente, Francesca Romana Cerri, una donna inquieta e magnetica, che racconta con crescente trasporto frammenti di presunte vite passate. Le sue visioni emergono con una forza tale da incrinare progressivamente la razionalità della seduta, trascinando il pubblico in un viaggio travolgente tra realtà e memoria. La regia ha lavorato proprio sull’ambiguità tra il racconto della donna, frutto di un delirio e le tracce dei suoi vissuti precedenti. Il vero ‘Duello’ era cioè quello rappresentato dalla dissociazione tra queste due donne, senza risposte definitive, lasciando intatta la tensione tra il razionale e i ricordi. Quando la seduta esplode in un improvviso raptus violento, con l’aggressione dello psicanalista, il fragile equilibrio tra terapeuta e paziente si spezza definitivamente. Un duello nel duello, dunque: uno spettacolo nello spettacolo.

Lo scorso 31 marzo 2026, la nazionale italiana ha subito per la terza volta lo stesso 'trauma': dopo 12 anni, la squadra guidata da Rino Gattuso non si è qualificata ai Campionati mondiali di calcio. A vincere contro gli undici giocatori tricolore, impedendone la qualificazione, questa volta è stata la Bosnia, guidata da Sergej Barbarez. All'inizio ci eravamo illusi: l'Italia era passata in vantaggio grazie a un gol di Moise Kean, scaturito da un errore clamoroso del portiere bosniaco Vasilj e da un opportuno recupero di Barella. Ma dopo questa 'fiammata', gli azzurri hanno iniziato a giocare in modo passivo. La partita è cambiata drasticamente quando l’Italia è rimasta in dieci uomini per un cartellino rosso al nostro difensore Bastoni, penalizzato a causa di un duro intervento su Amar Memic, costringendo la squadra a giocare in inferiorità numerica per l’intero secondo tempo di gioco. Nonostante una buona prestazione di Donnarumma, autore di parate decisive, la Bosnia è riuscita lo stesso a trovare il pareggio al 79esimo minuto, grazie a un cross di Dedic finalizzato da un 'tap-in' di Tabakovic. C'è da dire che l’Italia ha avuto diverse occasioni per raddoppiare, con Kean e Pio Esposito, ma la squadra non è riuscita a concretizzare per scarsa lucidità.

Un 2026 denso di progetti, incontri e nuove traiettorie culturali, quello di Stefano Senardi. Un grande produttore discografico e un direttore artistico che, da oltre quarant’anni, attraversa la musica italiana come un interprete silenzioso, ma decisivo, capace di trasformare l’intuizione in percorso e il talento in patrimonio condiviso. Il suo è un impegno costante nel promuovere la cultura musicale come atto civile, educativo e profondamente umano. Il recente successo del documentario 'Pino Daniele: nero a metà'. realizzato insieme a Marco Spagnoli e prodotto da Fidelio ed Eagle Pictures, ha segnato un punto fermo nella sua traiettoria recente, facendo numeri da brivido. E’ stato stimato, infatti, come il documentario musicale più visto nelle sale nel 2025, il quarto più visto in assoluto e il miglior docufilm del 2025, secondo il circuito Indie Music Like del Mei (Meeting delle etichette indipendenti, ndr) per il modo in cui il film ha saputo restituire l’anima di un artista senza trasformarla in monumento. Un’opera che continua a vivere attraverso le presentazioni pubbliche, diventando occasione di dialogo e riflessione. In questo solco s’inseriscono i due incontri promossi dall’associazione 'Taccuini musicali di Alfredo' Ets, iniziativa educativa patrocinata dal Comune di Milano e nata in memoria di Alfredo Galluzzo. Un progetto che coinvolge artisti e critici musicali, con l’obiettivo di avvicinare i giovani alla musica d’autore, stimolando uno sguardo critico e creativo attraverso percorsi formativi gratuiti nelle scuole. Al Liceo Moreschi e al Liceo Manzoni di Milano, oltre 300 studenti hanno seguito con attenzione le proiezioni di 'Franco Battiato: la voce del padrone' e 'Pino Daniele: nero a metà'.