Chiara Scattone

Qualche tempo fa, l’arcivescovo di Recife, in Brasile, ha pronunciato la scomunica nei confronti di un’intera equipe medica e di una madre che aveva richiesto e sottoposto la sua figlioletta di nove anni ad un aborto. La bambina, perché a nove anni non si è altro che una bambina, aveva subito un stupro plurimo, dal quale era rimasta incinta di due gemelli. Il caso ha suscitato e scatenato violente polemiche in tutto il mondo, cattolico e laico, brasiliano e non solo. La scomunica è giunta come un macigno profondo e sconfortante nei confronti di una madre che, sconvolta dal delitto subito dalla sua piccola, aveva cercato di porre un ‘rimedio’, per lo meno fisico, sottoponendo la bambina ad un aborto. Ancora una volta si è dunque tornati su un argomento che, insieme all’uso del preservativo, scatena dibattiti e scontri verbali all’interno dello stesso mondo cattolico e nella società civile laica. Può una donna decidere per una bambina di nove anni cosa sia giusto o sbagliato fare? È così inumano e lontano dall’amore divino e religioso che una madre cerchi di dare conforto alla figlia di appena nove anni violata e strappata dalla gioia dell’infanzia? Può una Chiesa, che si professa caritatevole e che fa della sua bandiera l’amore verso tutti gli uomini, ‘bollare’ e stigmatizzare il gesto di una madre disperata quale atto al di fuori della Chiesa e dell’amore di Dio sancendone la scomunica? Il canone 1398 afferma: “Chi procura un aborto […] incorre nella scomunica latae sententiae”. Il credente, pertanto, non avrebbe bisogno di alcuna dichiarazione pubblica, ma la sua scomunica giungerebbe da sola attraverso il semplice compimento dell’atto. La conferenza episcopale ha cercato di sdrammatizzare il gesto dell’arcivescovo di Recife, spostando l’attenzione sui medici che hanno assistito la bambina e “mal consigliato” la madre, la quale, probabilmente, non avrebbe mai scelto di sottoporre la figlia ad un aborto se i medici non avessero “traviato” il suo giudizio e influenzato così “negativamente” le sue scelte. La donna dunque è stata scomunicata, così come i medici. Stessa sorte hanno subito coloro che hanno compiuto la violenza nei confronti della bambina? Perché la Chiesa cattolica non ha preso una posizione forte e chiara anche nei confronti di chi si arroga il diritto e la violenza di stuprare una bambina di nove anni, di compiere uno dei reati più intollerabili e infamanti nei confronti di qualsivoglia essere umano? Perché lo stupro non è contemplato nella dottrina cattolica quale atto degno della scomunica? Oppure perché per degli stupratori, come per tutti gli altri malfattori, è sufficiente la confessione con il conseguente perdono e la conseguente assoluzione? La mia probabilmente è una domanda sciocca che non merita una risposta. Tuttavia, un dubbio rimane. Così come rimane il sospetto che la violenza fisica e sessuale verso bambini, ragazzi e donne, per la Chiesa della tolleranza e del perdono, della compassione e della misericordia non sia un questione importante. Troppe volte, infatti, preti e prelati hanno chiuso gli occhi e tollerato violenze di ogni genere, scaricando la colpa sul violato e quasi mai verso chi ha compiuto la violenza. Quante volte si è sentito dire - e probabilmente si è anche pronunciato - la frase tremenda che racchiude tutto il rancore, ingiustificato e la misoginia di molti uomini e donne: “quella lì se l’è cercata”? Una giustificazione indegna, che colpisce in pieno petto la dignità dell’individuo e della donna indicata come “quella lì”, annullata nella sua essenza, privata del suo nome e della sua individualità. “Quella lì” non è più una donna, bensì un oggetto, un fantoccio nelle mani del suo persecutore e dei suoi accusatori; “quella lì” è la manifestazione di un odio indegno, da uomo ‘preistorico’; “quella lì”, come la bambina di nove anni brasiliana, ha indotto il suo aggressore a compiere violenza e costui ha probabilmente trovato gratificazione nel gesto e giustificazione dello stesso nell’ambiguità ‘presunta’ dei gesti della donna. E allora dov’è il limite? Se io donna esco con un uomo la prima volta e costui mi offre la cena, io per ringraziarlo devo aprirgli la porta del mio appartamento e gratificarlo con tenerezze e affettuosità? E se invece non concedessi i miei gesti e la mia disponibilità all’uomo al termine di una ‘piacevole serata’, costui si troverebbe giustificato a richiedere determinate azioni con la violenza o anche solo con insistenza verbale? Il do ut des latino vale necessariamente anche agli inizi di un qualsiasi rapporto tra un uomo e una donna? O ricambiare la gentilezza di un uomo non può consistere semplicemente in un sorriso o nella piacevolezza di una conversazione e di una serata? La donna si trova troppo spesso in una condizione di inferiorità nei confronti dell’uomo, poiché spesso la gentilezza di quest’ultimo appare confusa e condizionata da una richiesta non detta e non scritta, che tuttavia pone la donna in un ambiguo rapporto di creditore/debitrice. E molto spesso si sente pronunciata questa frase: “Avete voluto la parità e adesso perché pretendete che vi si apra la porta o vi si offra da bere”? Probabilmente, la parità ancora non si è avuta, se uomini e donne godono di vantaggi e status differenti nel mondo del lavoro, nella società, nella politica e nell’economia. E probabilmente si ritiene che una donna intelligente debba essere brutta, così come una donna realizzata un’arrivista e quella bella una ‘svampita’. Questi ‘cliché’ sono uno dei sintomi dell’assenza di parità tra i sessi e del maschilismo imperante nella società mediterranea. Qualcosa è stato fatto e non tutto è perduto. Ma il comportamento della Chiesa, che si pone quale modello comportamentale per i suoi fedeli e che per suo fondamento non accetta e non riconosce il sacerdozio femminile, illustra pienamente una modalità di pensiero e di agire dalla quale i ‘nostri’ uomini prendono ispirazione. E pertanto, la brutalità sociale che ancora regola i rapporti ‘uomo – donna’ trova fondamento nella natura primordiale dell’essere umano e nella scarsa volontà di porvi un freno da parte della Chiesa cattolica.


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Chiara - Roma - Mail - martedi 23 giugno 2009 10.29
"Trovo assurdo che coloro che spiegano i loro scritti disprezzino gli dèi che quelli onoravano. Ma, anche se a me pare assurdo, non dico con questo che essi debbano dissimulare le loro opinioni di fronte ai giovani. Io li lascio liberi di non insegnare ciò che non credono buono ma, se invece vogliono insegnare, insegnino prima con l'esempio [...] Finora, si avevano molte ragioni per non frequentare i templi e la paura, ovunque avvertita, giustificava la dissimulazione delle vere opinioni sugli dèi. Ora, poiché questi dei ci hanno reso la libertà, mi sembra assurdo che si insegni ciò che non si crede giusto. Se i maestri cristiani considerano saggi coloro di cui sono interpreti e di cui si dicono, per così dire, profeti, cerchino prima di rivolgere la loro pietà verso gli dèi. Se invece credono che questi autori si siano sbagliati circa le entità da venerare, vadano allora nelle chiese dei Galilei a spiegare Matteo e Luca. Voi affermate che bisogna rifiutare le offerte dei sacrifici? Bene, anch’io voglio che le vostre orecchie e la vostra parola, come dite voi, si purifichino astenendosi da tutto ciò a cui io ho sempre desiderato partecipare insieme con coloro che pensano e fanno quello che io amo".
La tolleranza religiosa verso tutte le religioni è stata elemento fondamentale dell'impero di Giuliano, quella stessa tolleranza che oggi soprattutto nel nostro Paese si è persa.
Silvio Scherini - Sondrio - Mail - domenica 21 giugno 2009 12.58
Peccato che Giuliano l'Apostata non sia andato fino in fondo.....


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