
Ben pochi sono i riscontri di carattere sociologico ai quali far riferimento, al fine di inquadrare un certo estremismo come la forte volontà di alcune avanguardie di battersi contro le ingiustizie del sistema capitalistico globalizzato. Questo è solamente un alibi di matrice giustificatoria: non si tratta di operai o di giovani lavoratori in rivolta contro lo Stato, secondo la nota formula 'gramsciana' della rivoluzione, bensì di ragazzi marginalizzati, che coltivano il sentimento della violenza e dei disordini come esclusivo strumento di lotta. Altrettanto poco persuasive sono tutte quelle letture di matrice ideologica che cercano di 'disegnare' questi sovversivi come dei giovani delusi che non riescono a intravedere metodi diversi dalla guerriglia, in una società in cui il ricambio politico e l’alternanza democratica appaiono obiettivi assai poco 'digeriti' dal 'sistema–Paese'. L’unica spiegazione per tali assurde suggestioni rimane, perciò, quella antropologica: alcuni giovani smarriscono la memoria verso ogni coordinata culturale di riferimento (intransigentismo radicale, esigenze di una trasformazione dei rapporti sociali e familiari, necessità di nuove forme di educazione civile) nella convinzione che il disordine e la violenza siano l’unica risposta possibile per il cambiamento del Paese, rinunciando aprioristicamente a 'produrre discorso' o limitandosi all’individuazione di alcuni generici nemici, assoggettando altresì ogni norma di comportamento senza 'ancorare' minimamente le proprie scelte e le proprie idee a un qualsiasi obiettivo idealmente nobile. Il fenomeno è perciò 'fotografabile' solo attraverso la formula della 'degenerazione bellicista': nell’universo militare non ci si pongono problemi di 'qualità morale' delle proprie azioni, poiché non esistono orrori o crudeltà, ma solamente questioni di 'congruenza' tra mezzi e fini. Un’etica 'dimostrativa', tutta legata a un’ossessiva ricerca di visibilità 'mediatica', che diviene preponderante rispetto a ogni 'etica della convinzione'. Alla base di tutto questo vi è sempre un 'brodo subculturale' totalmente imperniato su un acuto senso di irresponsabilità, sull’idea che si possa predicare senza agire o agire senza dichiarare le proprie intenzioni, che non si paghi mai per nulla, che non si debba render conto a nessuno del proprio operato. E si è sempre delineata un’abitudine alla violenza nel suo doppio aspetto di affermazione di potere e di riconquista di un’appartenenza comunitaria: fare qualcosa di supremamente proibito significa, per questo genere di individui, imboccare una 'scorciatoia' che permette loro di allacciare legami che, altrimenti, non saprebbero come stringere in altro modo. Inoltre, dev’essere assolutamente sottolineata la perversa persuasione che quel che conferisce 'forza' sia l’elevatezza del 'livello di scontro': una 'overdose' di antagonismo che l’anarchico-rivoluzionario deve forzatamente inoculare nei propri atteggiamenti, poiché quanto più si è 'duri', tanto più è elevata la possibilità di vincere. Infine, vi sono ulteriori elementi di non secondaria importanza: una mentalità 'immediatista'; il rifiuto di ogni etica del lavoro; un linguaggio tutto giocato sul 'massacro' della sintassi e sulla ripetizione ossessiva degli slogan; una fragilità psicologica in cui grave si avverte la profonda debolezza verso ogni senso di identità, insieme a una patetica assenza di 'anticorpi' contro la paura della morte.


Dalla lettura della stampa fiorentina viene fuori proprio un bel 'quadretto'. Un giovane Nardella si laurea in legge e fa pratica legale allo studio Frittelli. Poi si candida a sindaco e l'avvocato Frittelli diventa suo mandatario elettorale. Nardella viene eletto sindaco e l'avv. Frittelli viene nominato, dal sindaco Nardella, presidente dell'Orchestra Regionale Toscana e, molto più significativamente, nella Cassa di Risparmio, Già che c'erano, Sara Funaro viene nominata prima vicepresidente di Montedomini e poi assessore al Welfare, cioé competente su Montedomini. In seguito, Sara Funaro viene eletta sindaco e nomina Frittelli presidente di Montedomini e la moglie di Frittelli, vicesegretario comunale. Quest’ultima, a tale titolo, redige l'atto di appalto tra il Comune di Firenze e la cooperativa dove lavora la moglie di Nardella. Dice, senza vergognarsi l'assessore Paulesu: “Basta fango su di noi”. Gentile assessore Paulesu, ai fiorentini non piace il fango, piace la verità. Dica, dunque, la verità su chi ha messo Firenze nel 'sacco'; chi ha trasformato Palazzo Vecchio in un'agenzia di collocamento del patrimonio immobiliare pubblico a gruppi stranieri; chi ha moltiplicato in città 'studentati' di facciata, che svolgono attività alberghiera; e, soprattutto, chi ha creato ad arte una campagna diffamatoria dei fiorentini (definiti "parassiti"), che fanno 'affitti brevi' a tutto vantaggio dei gruppi stranieri. Assessore Paulesu, meno barzellette e più verità.


E’ visionabile da qualche mese, su Prime Video, un buon film italiano di Michele Vannucci del 2016, vincitore di un David di Donatello. Lo consigliamo, perché noi lo abbiamo incrociato quasi per caso, durante una caldissima notte estiva e ci ha posti nelle condizioni di fare un po’ la 'pace' con il cinema di casa nostra, di cui spesso ci lamentiamo, ma che, invece, è ancora capace di sorprenderci. In un quartiere della periferia romana degradata, Mirko (Mirko Frezza) non sa come mandare avanti la 'baracca': è appena uscito di prigione, ha due figli - più uno in arrivo – e vive con la sua compagna che forse, un giorno, diventerà sua moglie. Il suo migliore amico è Boccione (Alessandro Borghi), un ex tossico che vuole cambiare la sua esistenza. La vita di borgata, per una volta, non è arrabbiata o 'inviperita', ma inerme. Non sono più i luoghi del proletariato di un tempo, che viveva e sognava pur di fronte alla morte e all’inedia, nei 'tableaux vivant' del cinema 'pasoliniano'. Quello che scorre su questa pellicola, invece, ha la fragranza di un film alla Caligari, che più semplicemente si limita a fotografare la realtà. E infatti, 'Il più grande sogno' è riuscire a cambiare la realtà: l’eroe non spara più e non minaccia. E' uno strano cowboy romanesco dal viso fiero, non scavato, ma possente, provato da Regina Coeli, ma ancora un 'virgulto' di regazzo nella sua forza scenica. Bellissima e commovente la scena in cui Mirko si ritrova di notte a lottare con il padre, che gli dice: “Che fai, ammazzi tuo padre? E fallo, fallo"!




E' morto a Roma Pippo Di Marca, attore, regista e drammaturgo tra i protagonisti della neoavanguardia italiana. Aveva 86 anni. Il 21 luglio scorso è precipitato dalla terrazza della sua abitazione a Trastevere. Nell’appartamento è stato trovato un biglietto nel quale spiegava di essere malato e di non riuscire più a vivere in quelle condizioni. Nato a Catania il 12 ottobre 1939, il generoso Di Marca aveva costruito il proprio percorso lontano dai circuiti più prevedibili. Il debutto risale al 1969 presso il Teatro La Fede di Roma con Giancarlo Nanni. In scena, 'L’imperatore della Cina' e 'A come Alice'. Due anni dopo, firmò la prima regia con 'Evento-Collage n. 1'. Da quel momento, la sua ricerca si sviluppò nel confronto con le avanguardie storiche e con artisti come Julian Beck, Carmelo Bene e Leo de Berardinis. La sua storia coincide con quella delle cantine romane: Beat 72, Abaco, Alberico, Spaziouno, Spaziozero e Politecnico furono laboratori prima ancora che sale teatrali. Luoghi piccoli, spesso ricavati in ambienti non destinati allo spettacolo. Qui si affermò una scena indipendente che contestava il primato dei teatri istituzionali, modificava il rapporto con il pubblico e portava la produzione culturale fuori dai percorsi centrali. Il "decentramento" non fu soltanto geografico: spostare il teatro verso le periferie significava cambiare il sistema nel quale nasceva un’opera: meno apparati, maggiore prossimità, possibilità di sperimentare senza rispondere alle regole della programmazione tradizionale.

Un tempo si aspettava con gioia l’arrivo dell’estate, perché significava la fine dell’anno scolastico, la pausa dalle faticose giornate lavorative, le vacanze e la possibilità di incontrare parenti e amici lontani, che non si vedevano da molto tempo. Quasi sempre tutto filava liscio secondo i piani e i preparativi. Quando si parla del passato, per uno scontato luogo comune, quasi sempre lo si descrive come un’epoca d’oro, anche se poi, a ben guardare, non era sempre così. Di questi tempi, però, parlare do estate non ci mette nelle condizioni di ripetere il vecchio adagio, perché la bella stagione non è più sinonimo di relax. Ormai, siamo vittime di ondate di calore estremo, rischi di disidratazione, crisi idriche stagionali e altre problematiche che mettono a dura prova la salute delle persone. Nel tempo, molte insidie estive sono andate aumentando. Il corpo umano è sottoposto a forti stress biologici, a causa dell'innalzamento delle temperature e dei tassi di umidità. La sudorazione eccessiva riduce i liquidi corporei rapidamente, minacciando le persone più fragili. Gli sbalzi repentini tra ambienti condizionati e l'afa esterna colpiscono l'apparato digerente e cardiocircolatorio. Gli spostamenti sono diventati faticosi, perché le temperature alte, dilatando i vasi sanguigni, causano pesantezza e gonfiori agli arti inferiori. I cambiamenti di dieta, gli orari sregolati e la deperibilità dei cibi fuori dal frigorifero aumentano i casi di intossicazione. Insomma, l'estate mette a nudo i limiti strutturali delle nostre città e dei sistemi di gestione delle risorse. E la crisi dei consumi idrici, causata dal picco della domanda d'acqua e dagli sprechi, mettono sotto pressione i gestori idrici locali, con il conseguente rischio di razionamento.

Céline Dion torna a emozionare con 'Bonjour, pardon, merci': un inno alla resilienza e alla forza dei sentimenti. Perché le parole più semplici, a volte, custodiscono il potere di raccontare un'intera esistenza. Saluto, perdono e gratitudine diventano, così, il motivo ispiratore del nuovo capitolo artistico della Dion, tornata a regalare al suo pubblico un brano capace di parlare direttamente al cuore. Dal 3 luglio scorso è dunque disponibile in digitale questo suo nuovo singolo, prodotto da Sony Music. E' il secondo inedito pubblicato dall'artista nel corso di quest’anno. Dopo ‘Dansons’, questo singolo prosegue il percorso che condurrà all'uscita dell'esclusivo vinile 12'', atteso per il 4 settembre. La canzone nasce dall'incontro artistico tra Céline Dion e il compositore e cantautore francese, Ycare, alla loro prima collaborazione. Costruito come un mantra essenziale, ma ricco di significato, il brano riflette sui valori della resilienza e della gratitudine, intrecciando eleganza e intensità emotiva in un racconto che celebra la forza della connessione umana e il suo straordinario potere trasformativo. A svelare l'origine dell'opera è lo stesso Ycare, che racconta il percorso creativo dietro la composizione: “Mi hanno parlato dell'Ho'oponopono, una preghiera hawaiana che consiste nel pronunciare ogni mattina, davanti all'oceano, le parole: ‘Perdonami, grazie e ti amo’, come se affidassimo al mare i nostri fardelli invisibili. Ho pensato, allora, alle prove che ognuno di noi può affrontare e ho iniziato a scrivere parole di resilienza e gratitudine, accompagnandomi con la chitarra. ‘Bonjour, pardon, merci...’. Ma mancava il collante di tutto: l'amore. Quello a cui torniamo sempre: ‘Bonjour, pardon, mercì, je t'aime'. È stato naturale”, prosegue Ycare, “pensare a Céline Dion come interprete di questa canzone, per il suo percorso di resilienza, per la sua forza, per la sua voce e per l'eco che riesce a trasmettere. Il mio amico e produttore, Renaud Rebillaud, ha dato a questa melodia tutta la ricchezza musicale di cui aveva bisogno. In studio, a Las Vegas, durante la registrazione, la sua voce sembrava squarciare il cielo per tornare a inventarci con tutta la sua potenza e delicatezza. Ciao Céline, grazie Céline, ti vogliamo bene”!