
Giorgia Meloni ha raggiunto il suo agognato traguardo: l’esecutivo da lei guidato, dallo scorso 4 settembre è il più longevo della Repubblica italiana. Tuttavia, la questione non sarebbe quella di celebrare tale obiettivo avendo compreso il valore di un antico concetto assai caro al Pentapartito a guida 'craxiana', dunque socialista. Può trattarsi, forse, di un riconoscimento indiretto e poco intenzionale. Ma il punto vero della questione non è affatto questo. Se un esecutivo non produce fatti – e il Governo Meloni di fatti ne ha prodotti pochi… - e, nonostante ciò, riesce a rimanere in 'sella' per 4 anni, allora dobbiamo dircelo apertamente e con estrema chiarezza: siamo un Paese di 'menefreghisti'. La 'colpa' degli esecutivi durati un po’ meno del Governo Meloni, infatti, diventa quella di aver tentato di introdurre riforme o di cambiare qualcosa. Pertanto, la vera contraddizione di fondo non è solamente politica, ma culturale. Ed è tutta nostra, del popolo italiano preso nel suo complesso: a parole si rivendicano cose o si reclamano cambiamenti; nei fatti, se qualcuno tocca un settore qualsiasi, tutti gli altri si chiudono a 'testuggine', come faceva l’esercito romano in battaglia. Ma la tecnica della 'chiusura a testuggine', per i nostri antichi progenitori non aveva uno scopo puramente difensivo, bensì di penetrazione attiva all’interno delle fanterie nemiche. Prendiamo il caso cinematografico del primo 'Rocky' di John G. Avildsen, vincitore di 3 premi Oscar nel 1977. Sul ring, lo 'stallone italiano' risulta lento e goffo, rispetto all’eleganza e alla rapidità dell’avversario, Apollo Creed. Eppure, tatticamente il campione del mondo in carica, dotato di maggior esperienza, finisce con lo stancarsi nel continuare a 'punzecchiare' il 'roccioso' pugile italo-americano. E finisce più volte col mostrare il fianco alla sua controffensiva, rozza quanto si vuole, ma potente ed efficace. Benissimo: nel caso dell’esecutivo di Giorgia Meloni, o si è rimasti staticamente al centro del ring a 'prendere legnate'; oppure, si è cercato di colpire l’arbitro, come nel caso della vergognosa riforma della Corte dei Conti (per non parlare del 'premierato'...). A completare il paradosso, l’opposizione, che dovrebbe rappresentare il pugile 'esperto', dimostra altresì scarsa voglia di combattere: non reagisce, 'cazzeggia' sul ring, non risponde né al grido di dolore dei ceti popolari, né a quello delle classi medie o dei lavoratori dipendenti. Quel che ne esce è un incontro molto brutto, indegno sia per lo sfidante, sia per il campione in carica. Di conseguenza, l’interesse dell’opinione pubblica tende a 'scemare': ci si limita a ridere per qualche battuta di basso profilo, ma non si parla di un parlamento regolamente esautorato, nel tentativo surrettizio di restaurare una sorta di sudditanza 'castale', portando alle più estreme conseguenze una visione di Paese che si affida unicamente alle 'scorciatoie' rispetto a quella di chi vorrebbe guadagnarsi ogni traguardo per meriti acquisiti.


Non nutriamo alcuna simpatia, anzi disprezziamo, tutti quelli sempre pronti a indignarsi e a diventare dei 'leoni' quando pensano che sia incrinata la loro libertà, ma sono estranei e irridenti quando si tratta della libertà altrui. Come non confrontare il caso di quell'ometto di Ranucci, trasferito a parità di stipendio e di mansioni all'interno della stessa azienda, al caso di un presidente del Consiglio prepotente e arrogante, Matteo Renzi, allora segretario del Pd, che dopo aver plasmato di sè l'intera Rai, cancellò il programma 'Virus' e cacciò Nicola Porro? Fate pena.


Lo scorso 26 agosto si è celebrata la Giornata mondiale del cane. Questa ricorrenza nasce nel 2004 negli Stati Uniti su iniziativa di Colleen Paige, esperta di stili di vita per animali domestici, per ricordare il giorno in cui la sua famiglia acquistò il loro primo cane, un Labrador a cui diedero il nome di Sheltie. L’importanza di una festività come questa risiede nel ruolo fondamentale che gli animali domestici hanno assunto non soltanto nella nostra vita quotidiana, bensì nella società. I cani, nello specifico, svolgono oggi una funzione nevralgica in molteplici settori del vivere civile.




E’ visionabile da qualche giorno su Amazon Prime, 'Il caso Spotlight', film del 2016 del regista Tom McCarthy. Si tratta di una pellicola molto attuale, che racconta la storia del team di giornalisti investigativi del 'The Boston Globe', soprannominato 'Spotlight', che nel 2002 ha sconvolto la città con le sue rivelazioni sulla copertura sistematica, da parte della Chiesa cattolica, degli abusi sessuali commessi su minori da oltre 70 sacerdoti locali: un’inchiesta giornalistica premiata col Premio Pulitzer. Quando il neodirettore, Marty Baron (Liev Schreiber), arriva da Miami per dirigere il 'Globe' nell’estate del 2001, per prima cosa incarica il team 'Spotlight' di indagare sulla notizia di cronaca di un prete locale accusato di aver abusato sessualmente di decine di giovani parrocchiani nel corso di 30 anni. Consapevoli dei rischi a cui vanno incontro mettendosi contro un’istituzione come la Chiesa cattolica di Boston, il caporedattore del team, Walter 'Robby' Robinson (Michael Keaton), i cronisti Sacha Pfeiffer (Rachel McAdams) e Michael Rezendes (Mark Ruffalo) e lo specialista in ricerche informatiche Matt Carroll (Brian d’Arcy James) cominciano a indagare sul caso. Via via che i giornalisti parlano con l’avvocato delle vittime, Mitchell Garabedian (Stanley Tucci), intervistano adulti molestati durante la loro infanzia e cercano di accedere agli atti giudiziari secretati, emerge con sempre maggior evidenza che l’insabbiamento dei casi di abuso è sistematico e che il fenomeno è molto più grave ed esteso di quanto si potesse immaginare.

Alle prossime elezioni, l’ex generale Roberto Vannacci scenderà in campo con il suo nuovo movimento politico: Futuro nazionale. Anche questa volta non ha smesso di stupire e, nelle varie interviste, partecipazioni pubbliche, incontri e meeting, ha spiegato il proprio progetto, destando un grande sconvolgimento per alcune dichiarazioni rilasciate. Dalle sue parole emerge un ritorno 'nostalgico' a un mondo 'retrogrado', in particolare per la sua visione 'omologativa' della 'diversità', dove si evince un odio quasi viscerale per le persone omosessuali e per tutto il mondo Lgbtq+. Secondo Vannacci, l’unica unione riconosciuta deve essere solo il matrimonio tra uomo e donna: stop, dunque, alle unioni civili e alle adozioni da parte di coppie non eterosessuali; stop ai percorsi per il cambiamento di genere che riguardano i minorenni (anche col consenso dei genitori); in televisione si vorrebbe un'estensione della fascia protetta (dalle ore 6.00 alle ore 23.00), dove i programmi non trasmettano scene di film, spot, messaggi e contenuti 'gendaristi/omosessualisti', con l’applicazione di sanzioni per chi non rispetta questi orari. Un’altra dichiarazione sconvolgente ha riguardato le donne, con la messa in discussione della legge sull’aborto e il divieto di somministrare ambulatorialmente la pillola Ru 486 (la cosiddetta, ‘pillola del giorno dopo’, ndr). Le donne, pertanto, non potranno più decidere autonomamente ed essere 'padrone' di se stesse e del loro corpo.

E’ in circolazione in questi giorni il video di 'A las çinco de la tarde', il nuovo singolo di Mimmo Cavallo. Il brano è tratto da ‘U Signuri u na manda bona’, il suo nuovo album, disponibile in digitale, vinile e Cd (Suoni dall’Italia). “C’è un momento in cui occorre fare i conti con la propria finitudine”, afferma Mimmo Cavallo. “E’ il mistero della vita, dell’uomo che si perde in guerre e non sa dividere il pane con il suo prossimo. Nonostante tutto, il cuore non si arrende. Aspettiamo il futuro, sempre tutti in questa acquasantiera che chiamiamo vita. L’idea iniziale di questo disco”, spiega l’artista, “era quella del ‘Marenauta’ che riemerge dall’abisso dei propri fondali, dove viveva arenato, portando alla luce il suo pescato (un pugno di canzoni). Una metafora, più o meno evidente, della condizione in cui, oggi, vive un cantautore. In seguito, folgorato casualmente”, racconta il cantautore salentino, “dall’immagine del ferro di cavallo con la scritta in calabrese ‘U Signuri u na manda bona’ si è pensato di unire il concetto del cantautore ‘fuori dal giro’, alias Marenauta, all’incombenza di una frase che denunciava la drammaticità di questi tempi, in cui politica e diplomazia non sanno sostituirsi alle guerre. La gestazione e l’uscita dell’album, conseguentemente ai tempi difficili per la canzone d’autore, è stata tribolata e lunga, ma entusiasmante, con la pre-produzione realizzata insieme a Palmi Nigro nello studio di Monteiasi (Ta). Successivamente, tutti i demo sono stati rielaborati e riarrangiati da Roberto Guarino, nel suo studio vicino Roma".