Vittorio Lussana

In questi giorni tristi in cui tutti ricordiamo la poesia delle canzoni di Francesco Guccini per rivolgergli un ultimo saluto, abbiamo incontrato uno degli eredi della scuola musicale emiliano-romagnola

‘L’amore in E. R.’ non è solo un brano musicale pubblicato di recente dalla Nar International – Ada/Warner Music Italy, ma l’incontro artistico tra due pilastri della musica emiliano-romagnola: Alberto Bertoli e Mirko Casadei. Il brano nasce dalla volontà comune di celebrare un’identità territoriale che è, prima di tutto, un’attitudine dell’anima. Scritto a quattro mani da Bertoli insieme a Emanuele Dabbono — autore tra i più raffinati e profondi della nostra scena nazionale — il singolo vede in Mirko Casadei il partner ideale, capace di portare in dote non solo il prestigio di una dinastia che ha fatto la storia del folk italiano, ma anche quella carica vitale e solare che è il marchio di fabbrica della Romagna. Il tema portante della canzone è il superamento dei confini attraverso l’amore, che può essere per un amico, per una donna o, perché no, per una terra. Quel 'trattino' che separa graficamente l'Emilia dalla Romagna diventa, n questo caso, il vero punto di fusione: un 'ponte' che unisce due storie, due modi di intendere la vita e la musica. Alberto Bertoli infonde nel pezzo la sua 'anima rock' e la sua profondità riflessiva, mentre Mirko Casadei esplode con l’allegria e la forza del suo 'pop-folk', creando un equilibrio perfetto che profuma di festa, di asfalto e di radici profonde. Il sound è un mix travolgente e contemporaneo: una sezione ritmica solida accompagnata da chitarre di matrice rock che si intrecciano con i colori tipici della 'tradizione Casadei', rendendo il brano una potenziale hit radiofonica capace di unire più generazioni. Il testo non rinuncia allo spessore, arricchendosi di riferimenti autobiografici e suggestioni letterarie che raccontano il passato per dare un senso al presente. Ne abbiamo parlato con Alberto Bertoli, sotto il sole di una caldissima giornata emiliano-romagnola.

 

 


AFORISMI FIORENTINI
La bella famigliola
Articolo di: Il Taciturno

Il Taciturno

Dalla lettura della stampa fiorentina viene fuori proprio un bel 'quadretto'. Un giovane Nardella si laurea in legge e fa pratica legale allo studio Frittelli. Poi si candida a sindaco e l'avvocato Frittelli diventa suo mandatario elettorale. Nardella viene eletto sindaco e l'avv. Frittelli viene nominato, dal sindaco Nardella, presidente dell'Orchestra Regionale Toscana e, molto più significativamente, nella Cassa di Risparmio, Già che c'erano, Sara Funaro viene nominata prima vicepresidente di Montedomini e poi assessore al Welfare, cioé competente su Montedomini. In seguito, Sara Funaro viene eletta sindaco e nomina Frittelli presidente di Montedomini e la moglie di Frittelli, vicesegretario comunale. Quest’ultima, a tale titolo, redige l'atto di appalto tra il Comune di Firenze e la cooperativa dove lavora la moglie di Nardella. Dice, senza vergognarsi l'assessore Paulesu: “Basta fango su di noi”. Gentile assessore Paulesu, ai fiorentini non piace il fango, piace la verità. Dica, dunque, la verità su chi ha messo Firenze nel 'sacco'; chi ha trasformato Palazzo Vecchio in un'agenzia di collocamento del patrimonio immobiliare pubblico a gruppi stranieri; chi ha moltiplicato in città 'studentati' di facciata, che svolgono attività alberghiera; e, soprattutto, chi ha creato ad arte una campagna diffamatoria dei fiorentini (definiti "parassiti"), che fanno 'affitti brevi' a tutto vantaggio dei gruppi stranieri. Assessore Paulesu, meno barzellette e più verità.

 


RECENSIONI
Il più grande sogno
Articolo di: Maria Chiara D'Apote

Maria Chiara D'Apote

E’ visionabile da qualche mese, su Prime Video, un buon film italiano di Michele Vannucci del 2016, vincitore di un David di Donatello. Lo consigliamo, perché noi lo abbiamo incrociato quasi per caso, durante una caldissima notte estiva e ci ha posti nelle condizioni di fare un po’ la 'pace' con il cinema di casa nostra, di cui spesso ci lamentiamo, ma che, invece, è ancora capace di sorprenderci. In un quartiere della periferia romana degradata, Mirko (Mirko Frezza) non sa come mandare avanti la 'baracca': è appena uscito di prigione, ha due figli - più uno in arrivo – e vive con la sua compagna che forse, un giorno, diventerà sua moglie. Il suo migliore amico è Boccione (Alessandro Borghi), un ex tossico che vuole cambiare la sua esistenza. La vita di borgata, per una volta, non è arrabbiata o 'inviperita', ma inerme. Non sono più i luoghi del proletariato di un tempo, che viveva e sognava pur di fronte alla morte e all’inedia, nei 'tableaux vivant' del cinema 'pasoliniano'. Quello che scorre su questa pellicola, invece, ha la fragranza di un film alla Caligari, che più semplicemente si limita a fotografare la realtà. E infatti, 'Il più grande sogno' è riuscire a cambiare la realtà: l’eroe non spara più e non minaccia. E' uno strano cowboy romanesco dal viso fiero, non scavato, ma possente, provato da Regina Coeli, ma ancora un 'virgulto' di regazzo nella sua forza scenica. Bellissima e commovente la scena in cui Mirko si ritrova di notte a lottare con il padre, che gli dice: “Che fai, ammazzi tuo padre? E fallo, fallo"!

 


MONDO LAICO
Il teatro 'off'
piange Pippo Di Marca

Articolo di: Giulia Massarelli

Giulia Massarelli

E' morto a Roma Pippo Di Marca, attore, regista e drammaturgo tra i protagonisti della neoavanguardia italiana. Aveva 86 anni. Il 21 luglio scorso è precipitato dalla terrazza della sua abitazione a Trastevere. Nell’appartamento è stato trovato un biglietto nel quale spiegava di essere malato e di non riuscire più a vivere in quelle condizioni. Nato a Catania il 12 ottobre 1939, il generoso Di Marca aveva costruito il proprio percorso lontano dai circuiti più prevedibili. Il debutto risale al 1969 presso il Teatro La Fede di Roma con Giancarlo Nanni. In scena, 'L’imperatore della Cina' e 'A come Alice'. Due anni dopo, firmò la prima regia con 'Evento-Collage n. 1'. Da quel momento, la sua ricerca si sviluppò nel confronto con le avanguardie storiche e con artisti come Julian Beck, Carmelo Bene e Leo de Berardinis. La sua storia coincide con quella delle cantine romane: Beat 72, Abaco, Alberico, Spaziouno, Spaziozero e Politecnico furono laboratori prima ancora che sale teatrali. Luoghi piccoli, spesso ricavati in ambienti non destinati allo spettacolo. Qui si affermò una scena indipendente che contestava il primato dei teatri istituzionali, modificava il rapporto con il pubblico e portava la produzione culturale fuori dai percorsi centrali. Il "decentramento" non fu soltanto geografico: spostare il teatro verso le periferie significava cambiare il sistema nel quale nasceva un’opera: meno apparati, maggiore prossimità, possibilità di sperimentare senza rispondere alle regole della programmazione tradizionale.

 

 


TECNOLOGIA
Smart home
e sostenibilità

Articolo di: Ludovica Zurzolo

Ludovica Zurzolo

In occasione della recente Giornata mondiale della Terra, celebratasi lo scorso 22 aprile 2026, l'azienda Ezviz (attiva nel settore della smart home, ndr) ha annunciato la propria adesione allo United Nations Global Compact. Si tratta della più ampia iniziativa globale, finalizzata a promuove pratiche aziendali responsabili in ambito ambientale, sociale e di 'governance'. L’adesione implica l’impegno a rispettare dieci principi fondamentali riguardanti: diritti umani, lavoro, ambiente e lotta alla corruzione, oltre al contributo agli Obiettivi di sviluppo sostenibile (Sdgs). Con oltre 250 mila partecipanti in più di 160 Paesi, il programma rappresenta, oggi, uno dei principali riferimenti internazionali per la sostenibilità d’impresa. Per aziende come Ezviv, che operano nel campo della videosorveglianza e delle tecnologie domestiche intelligenti, il tema non è secondario. Da un lato, questi dispositivi promettono maggiore sicurezza ed efficienza; dall’altro, sollevano interrogativi sul loro impatto ambientale — consumo energetico, produzione di rifiuti elettronici, inquinamento luminoso — e sul loro ruolo nella vita quotidiana. Secondo quanto dichiarato dall’azienda, le iniziative già avviate includono la piantumazione di oltre 4 mila alberi, con una compensazione stimata di circa 738 tonnellate di Co2 e il recupero di plastica equivalente a più di un milione di bottiglie, in collaborazione con organizzazioni come la Plastic Bank e la Treedom.

 


MUSICA
Bonjour, pardon, mercì
Articolo di: Lucilla Corioni

Lucilla Corioni

Céline Dion torna a emozionare con 'Bonjour, pardon, merci': un inno alla resilienza e alla forza dei sentimenti. Perché le parole più semplici, a volte, custodiscono il potere di raccontare un'intera esistenza. Saluto, perdono e gratitudine diventano, così, il motivo ispiratore del nuovo capitolo artistico della Dion, tornata a regalare al suo pubblico un brano capace di parlare direttamente al cuore. Dal 3 luglio scorso è dunque disponibile in digitale questo suo nuovo singolo, prodotto da Sony Music. E' il secondo inedito pubblicato dall'artista nel corso di quest’anno. Dopo ‘Dansons’, questo singolo prosegue il percorso che condurrà all'uscita dell'esclusivo vinile 12'', atteso per il 4 settembre. La canzone nasce dall'incontro artistico tra Céline Dion e il compositore e cantautore francese, Ycare, alla loro prima collaborazione. Costruito come un mantra essenziale, ma ricco di significato, il brano riflette sui valori della resilienza e della gratitudine, intrecciando eleganza e intensità emotiva in un racconto che celebra la forza della connessione umana e il suo straordinario potere trasformativo. A svelare l'origine dell'opera è lo stesso Ycare, che racconta il percorso creativo dietro la composizione: “Mi hanno parlato dell'Ho'oponopono, una preghiera hawaiana che consiste nel pronunciare ogni mattina, davanti all'oceano, le parole: ‘Perdonami, grazie e ti amo’, come se affidassimo al mare i nostri fardelli invisibili. Ho pensato, allora, alle prove che ognuno di noi può affrontare e ho iniziato a scrivere parole di resilienza e gratitudine, accompagnandomi con la chitarra. ‘Bonjour, pardon, merci...’. Ma mancava il collante di tutto: l'amore. Quello a cui torniamo sempre: ‘Bonjour, pardon, mercì, je t'aime'. È stato naturale”, prosegue Ycare, “pensare a Céline Dion come interprete di questa canzone, per il suo percorso di resilienza, per la sua forza, per la sua voce e per l'eco che riesce a trasmettere. Il mio amico e produttore, Renaud Rebillaud, ha dato a questa melodia tutta la ricchezza musicale di cui aveva bisogno. In studio, a Las Vegas, durante la registrazione, la sua voce sembrava squarciare il cielo per tornare a inventarci con tutta la sua potenza e delicatezza. Ciao Céline, grazie Céline, ti vogliamo bene”!