Vittorio LussanaL'attrice e regista racconta come passione, curiosità e coraggio siano il più potente farmaco per affrontare la malattia: un ‘vaccino’ di speranza al tempo del coronavirus

Una vita dedicata alla passione per il teatro e alla voglia di conoscere sempre qualcosa di nuovo con lo studio e la ricerca. Un’esistenza in cui l’impegno per quello in cui credi ti dà la forza di reagire e andare avanti. La forza di sorridere e quella di convivere con qualsiasi difficoltà, persino con una malattia come la poliomelite. Tutto questo e molto altro caratterizza la poliedrica esistenza e la brillante carriera di Mila Moretti, figlia d'arte – suo padre, Mario Moretti, è stato un grande drammaturgo fondatore, a Roma, dell'Accademia del Teatro dell'Orologio - traduttrice e attrice di successo, musa italiana del celebre drammaturgo spagnolo, Fernando Arrabal, ma anche regista che ha prestato la sua professionalità all'insegnamento fondando, nel 1994, insieme a Martino Edoardo Convertino, il laboratorio teatrale ‘TeatroO2’. Insomma, Fernando Arrabal, Bruno Cortini, Sergio Aguirre, Lorenzo Minnelli, Avon Stuart, Pierre Laplace, Michel Lopez e Nino Campisi sono solo alcuni dei registi e degli autori per i quali ha lavorato e che hanno concorso all'affermazione della sua più matura espressività: quel timbro vocale e quella presenza scenica tutta sua, che si farà presto apprezzare nei principali palcoscenici d’Italia. Ma la tenacia e la passione della Moretti non si riversano solo nella capacità di mettersi in gioco - sempre e comunque - nel teatro come nella vita, ma anche nella tensione continua al confronto e all'innovazione, soprattutto per ciò che riguarda l'impiego di nuove metodologie e tecniche di sperimentazione, come quelle che lavorano sulla dimensione onirica dell'improvvisazione. Anche durante la pandemia, il suo lavoro non si è fermato: anche se non si può ancora andare a teatro, l'attrice lavora a nuovi progetti da remoto, per portare un po' d'arte e di energia, a casa di tutti. In questo particolare momento storico, la forza di Mila Moretti è un invito alla speranza e alla vita.

Mila Moretti, quando e come ha scoperto il teatro? E quando ha desiderato per la prima volta di fare l'attrice?
"Ho scoperto il teatro a 30 anni. Prima di allora, niente. Al contrario, vedevo il teatro come un nemico, perché mi aveva portato via mio padre. Sentivo che lui amava la sua professione di drammaturgo più della sua famiglia. In seguito, per fare la doppiatrice, ho dovuto partecipare a un laboratorio teatrale. E fu allora che, grazie al mio insegnante, Francesco Burroni, sono diventata attrice. Da quel momento, ho preso lezioni su lezioni e ho cominciato a lavorare. Dopo un anno di studio sono stata chiamata da una compagnia per lo spettacolo: ‘Cinemattograffia’. E da allora, non mi sono più fermata. Mi sono diplomata al laboratorio ‘Nove’ di Firenze, la Scuola d'arte drammatica. E ho scelto di tradurre la ‘Medea’ dallo svedese, nel monologo di Mia Törnqvist, che è stato messo in scena dal regista argentino Sergio Aguirre: è stato solo l'inizio".


AFORISMI FIORENTINI
Tutti tranne uno
Articolo di: Il Taciturno

Il Taciturno
I sondaggisti accreditano a una futura ‘lista Conte’ circa il 10% dei consensi. Il che vuol dire 40 seggi alla Camera dei deputati e 20 al Senato della Repubblica. Tutti seggi a disposizione di un chiaro e coerente progetto politico a favore di: europeisti, popolari, socialisti, liberali, radicali, atei, agnostici, razionalisti, alchimisti, vegani, terrapiattisti, animalisti e crudisti. 60 seggi a disposizione. Tutti tranne uno: quello già prenotato dalla Polverini.



TELEVISIONE
Il cambio di passo della tv
Articolo di: Dario Cecconi

Dario Cecconi
E' il combinato disposto tra maggior tempo trascorso in casa e costante bisogno d'informazione che ha portato, dopo circa un anno dall'inizio della pandemia, a un primo importante dato: la platea complessiva dei fruitori di programmi tv è cresciuta del 20% rispetto a febbraio 2019. E questo significa che, oggi, la televisione ha raggiunto circa 2 milioni di spettatori in più al giorno, con 'picchi' di oltre 31 milioni nella fascia della prima serata.



IL PUNTO
Una crisi senza fondamento
Articolo di: Giuseppe Conte

Giuseppe Conte
Gentile presidente, gentili deputate, gentili deputati, all’inizio di questa esperienza di governo, il 9 settembre 2019, prefigurai in quest’Aula un chiaro progetto politico per il Paese. Precisai subito che il programma sul quale mi accingevo a chiedere la fiducia al parlamento non si risolveva, non poteva risolversi in una mera elencazione di proposte eterogenee, né tantomeno in una sterile sommatoria delle posizioni assunte da ciascuna delle forze politiche di maggioranza. Già allora ero consapevole che un’alleanza tra formazioni politiche provenienti da storie, esperienze, culture di differente estrazione, che, per giunta, in passato si erano anche contrapposte, certe volte in maniera anche aspra, poteva nascere solo sulla base di due discriminanti fondamentali: a) il convinto ancoraggio ai valori costituzionali (cito solo il primato della persona, lavoro, uguaglianza formale e sostanziale, tutela dell’ambiente); b) e poi la seconda discriminante fondamentale: la solida vocazione europeista del nostro Paese, in modo da consentire all’Italia di tornare protagonista nello scenario europeo e contribuire a fare recuperare alla medesima all’Unione europea il ruolo di la leadership che le spetta nel contesto geo-politico internazionale. Sin dal momento dell’elaborazione del programma di governo, mi sono adoperato, insieme alle delegazioni delle forze politiche di maggioranza - lo ricorderanno i delegati - perché si delineasse la prospettiva di un disegno riformatore ampio e coraggioso. Affermai, allora, che quel progetto politico avrebbe segnato l’inizio di una nuova - che speravamo e confidiamo ancora - risolutiva stagione riformatrice, orientata all’edificazione di una società più equa e più inclusiva, capace di coniugare l’obiettivo primario della crescita economica, del rilancio e della modernizzazione con le esigenze imprescindibili della sostenibilità, della coesione sociale e territoriale, sempre nell’orizzonte del pieno sviluppo della persona umana.


L'OPINIONE
Un inno nazionale
senza coro

Articolo di: Emanuela Colatosti

Emanuela Colatosti
Joe Biden e Kamala Harris si sono insediati definitivamente alla Casa Bianca. Al crepuscolo della mistica sacralità del potere, permane l’alone di un certo spiritualismo sul rito che ha accompagnato la ratifica di quella che, in ultima analisi, altro non è che un mero ‘passaggio’ burocratico. Con le cerimonie, in particolare con quella d’insediamento, si dà in generale ai popoli di tutti gli Stati democratici la possibilità di compartecipare emotivamente agli effetti dell’esito degli scrutini elettorali. Gli Stati Uniti sono una nazione in cui l’operazione burocratica per eccellenza è estremamente ritualizzata, per coinvolgere la partecipazione delle masse dei cittadini in misura anche maggiore rispetto agli altri Paesi. E se c’è una cosa che ogni volta rianima quell’invenzione, tutta romantica, che è il popolo, l’esecuzione dell’inno nazionale non può che accompagnare quasi ogni evento istituzionale. Lady Gaga, stella della musica, ha accettato con entusiasmo e commozione l’onere di cantare, a Washington, ‘Star Spangled Banner’. Come capitò con Beyonce e Mariah Carey, il brano passerà alla Storia. L’inno americano non ha la raffinatezza lirica del nostro, essendo stato scritto da un dilettante nella poesia. Francis Scott Key, l’autore, era infatti un avvocato, a differenza di Goffredo Mameli, che invece era tecnicamente un professionista del verso poetico metaforico. La musica del ‘Canto degli italiani’, invece, venne ideata da Michele Novaro. Inizialmente screditato da Giuseppe Mazzini, che lo considerava poco marziale e assai poco solenne, fu successivamente ‘benedetto’ da Giuseppe Verdi. La fortuna dell’inno ‘nostrano’ sta nell’orecchiabile rigidità del quattro quarti, su cui si spalmano intuitivamente i 'senari' dei versi. Ma in questa nostra ‘marcetta’ c’è la ‘magia’ incomparabile della nostra allegria, nonostante i tanti guai. Un magia che anche ‘Star Spangled Banner’ riesce a creare ogni volta che risuona nell’aria, come fosse in grado di aggiungere sostanze stupefacenti all’ossigeno inalato dagli ascoltatori: l’origine popolare del motivo che sottende alle parole di Francis Scott Key.


AMBIENTE
Combattere la povertà
recuperando la plastica

Articolo di: Marcello Valeri

Marcello Valeri
'Plastic Bank' è il sistema per recuperare la plastica dagli oceani e trasformarla in denaro destinato alle popolazioni del Terzo mondo. Il metodo, ideato da David Katz e Shaun Frankson, remunera i raccoglitori di rifiuti dei Paesi emergenti, tracciando con la tecnologia blockchain tutti i flussi e le transazioni. L'impresa, nata in Canada nel 2013, è già attiva ad Haiti, nelle Filippine, in Brasile e nel Sud Africa. Ogni anno, nel mondo, si producono 300 milioni di tonnellate di plastica. Di questi, solo 140 milioni finiscono in discarica o vengono riciclate. Dei restanti 160 milioni, almeno 8 finiscono in mare ogni anno. Parte da qui il progetto di business messo a punto da 'Plastic Bank': ridurre l’inquinamento dovuto ai rifiuti plastici trasformandoli in moneta di scambio. L’obiettivo è duplice: trasformare i rifiuti plastici in posti di lavoro e in denaro. “Nei Paesi in via di sviluppo, abbiamo scoperto che circa l’80% dei rifiuti in plastica proviene da aree con elevati livelli di povertà e senza sistemi efficaci di gestione dei rifiuti”, afferma Shaun Frankson, co-founder di 'Plastic Bank'.