
C’è un modo di ricordare che non consuma la memoria, ma la fa vivere. Era questo il cuore di 'La mafia non è musica': lo spettacolo andato in scena a fine anno presso il Teatro Palladium di Roma intrecciando parola, musica e coscienza civile. Sul palco, Luisa Impastato – nipote di Peppino – e la 'Nuova Orchestra Pedrollo' hanno guidato il pubblico in un viaggio che non chiedeva di commuoversi, ma di partecipare. Il progetto, già accolto con grande attenzione a Vicenza, è nato come atto narrativo e civile insieme: raccontare Peppino non per 'monumentalizzarlo', ma per restituire la verità di un ragazzo che scelse la libertà sapendo che avrebbe pagato un prezzo altissimo. E’ una memoria che vive, che chiama a rispondere, che non accetta la 'comfort zone' della celebrazione. Nel suo racconto, la memoria diventa gesto quotidiano, non celebrazione.
Luisa Impastato, che cosa significa, per lei, custodire una storia come quella di Peppino senza lasciarla cristallizzare?
“Mio padre prima di me, ma soprattutto mia nonna Felicia, a cui devo la mia scelta di raccogliere il passaggio di testimone, hanno dedicato la vita a difendere e custodire la memoria di Peppino. Lei, in particolare, ha trasformato il racconto in una pratica antimafia, veicolando con la storia di Peppino la forza del suo messaggio e delle sue lotte. Questo impegno, che oggi è portato avanti da Casa Memoria, ha permesso alla storia di Peppino di essere viva nel presente. E anche per me raccontare di lui non è mai una mera celebrazione, perché la sua memoria diventa pratica quotidiana di partecipazione, di mobilitazione, di presa di posizione”.


In Ucraina c'erano i nazisti; in Venezuela, i narcotrafficanti: c'è sempre un ottimo pretesto per fare una pessima scelta.


Succede a tutti, indistintamente, più volte al giorno: il telefono squilla e il display mostra un numero non presente nella nostra rubrica. E se fosse il corriere che attende fuori dalla nostra abitazione per notificarci una consegna?




Dal 17 al 19 dicembre scorsi, Base Milano ha ospitato il Museo Temporaneo delle Esperienze. Un progetto di Cimd (Centro internazionale di movimento e danza) che ha voluto porre in evidenza un tema fondamentale per la vita culturale contemporanea: la partecipazione. Per tre giorni, sei giovani artisti under 35 hanno condiviso con il pubblico pratiche corporee e processi creativi in forma 'circolare', con performance presentate 'in loop' e accesso gratuito su prenotazione. L’iniziativa è nata all’interno della residenza artistica 'Erbacce', attiva dal 2 dicembre scorso, in cui gli artisti hanno lavorato insieme a tutor affermati – tra cui Franca Ferrari, Francesca Grilli, Francesca Foscarini, Daniele Albanese e Daniele Ninarello – in un contesto che ha messo al centro lo scambio intergenerazionale, il 'peer-to-peer' e il confronto diretto con gli spettatori. L’idea era semplice e radicale: l’opera non è un oggetto da osservare, ma un processo che prende forma quando qualcuno lo attraversa. “L’atto artistico non può esistere senza la presenza dello spettatore”, ci ha detto Franca Ferrari, direttrice del Cimd, “quindi il pubblico non è chiamato a giudicare, ma a partecipare: può entrare e uscire liberamente, osservare l’evoluzione dei lavori, contribuire con la propria presenza alla crescita delle pratiche”.

Alla fine era vero che 'Buen camino', il nuovo film di Checco Zalone, non fosse granché. Una trama banale, all’interno della quale il protagonista si sente libero di riproporre quel che meglio sa fare: il 'tamarro' meridionale o il 'cafone arricchito', a seconda dei casi. Una sottesa critica alla subcultura piccolo borghese italiana, che rende la pellicola appena sufficiente. Ma tanto è bastato per innescare una 'polemica da autobus' contro il cosiddetto 'politicamente corretto'. Una diatriba che, ovviamente, si guarda bene dall’andare per lo meno a sfiorare il vero 'nocciolo' della questione: l’uso di precise metodologie di disinformazione ampiamente diffuse tra la popolazione attraverso i social network, congiunte con il ricorso a narrazioni demagogiche totalmente inattuali. Si reclama una sorta di libertà di falsificazione, in buona sostanza, secondo una visione assai poco fedele della società italiana e dei suoi multiformi interessi.

Dieci anni non bastano a misurare l’assenza di David Bowie. E’ un tempo breve e infinito insieme. Un intervallo in cui la sua voce sembra essersi soltanto allontanata dietro una curva del cielo. Lo scorso 9 gennaio 2026, a un decennio esatto dalla sua scomparsa, è comparso nelle librerie italiane 'David Bowie: oltre lo spazio e il tempo' di Paul Morley (Hoepli): un titolo che promette una biografia, un varco per rivedere l’artista che più di tutti ha osato mutare pelle, visione, identità. Tra i biografi più rispettati del rock britannico, Morley è già autore del celebrato 'The Age of Bowie', ma in questo caso compone un ritratto che non si accontenta della cronologia. Preferisce inseguire l’energia instabile di Bowie, la sua natura cangiante, l’urgenza di essere sempre “qualcos’altro”, come se la vita fosse una lunga performance di metamorfosi. Eppure, dentro quella continua mutazione, Morley ricerca la traccia emotiva, il tremito umano, l’artista che dialogava costantemente con il proprio tempo storico, con le sue paure, le sue accelerazioni, le sue crepe luminose. La versione italiana porta la firma di tre nomi che conoscono molto bene l’eredità del 'Duca Bianco': Ezio Guaitamacchi alla cura editoriale; Leonardo Follieri alla traduzione; e una prefazione a quattro mani di Manuel Agnelli e Paolo Fresu.