
Intervista alla scrittrice, giornalista e saggista di nuovo in libreria con i suoi ‘Appunti femministi’, editi da Bordeaux
In un tempo in cui la produzione teorica rischia spesso di separarsi dall’urgenza del reale, il lavoro di Eleonora de Nardis Giansante si colloca in una zona di attraversamento: tra militanza e riflessione; tra analisi sociologica e scrittura giornalistica; tra esperienza vissuta e costruzione critica del sapere. Il volume che raccoglie i suoi scritti non è soltanto un’antologia, ma un dispositivo di lettura del tempo. La scelta dell’ordine cronologico non risponde a una logica archivistica, bensì a una precisa intenzione politica: rendere visibile la storicità del pensiero, le sue fratture, i suoi ritorni, le sue trasformazioni. Ne emerge una mappa stratificata, in cui il femminismo si configura come pratica viva, mai pacificata, attraversata da tensioni e continuamente ridefinita alla luce dei mutamenti materiali e simbolici. Al centro, un’intersezionalità intesa non come formula teorica, ma come metodo situato, capace di mettere in relazione genere, classe, razza, lavoro e potere. E ancora: una postura riflessiva che assume l’autocritica come elemento costitutivo della militanza, sottraendola tanto alla rigidità dogmatica, quanto alla neutralizzazione accademica. In questa conversazione, Eleonora de Nardis Giansante torna sui nodi fondamentali del suo lavoro: il rapporto tra tempo e scrittura, il senso politico dell’autocritica, il legame tra femminismo e lotta di classe e la responsabilità — tutt’altro che pacificata — di consegnare un pensiero alle generazioni future. Nel suo rifiuto di ogni chiusura sistematica, questo lavoro di Eleonora de Nardis Giansante si offre, perciò, come attraversamento, più che come approdo: un invito a pensare il femminismo non come identità stabilizzata, ma come pratica critica in movimento. Un pensiero che accetta di esporsi al tempo e, proprio per questo, di restare vivo.


Alessandro Di Battista, insieme agli amici della sua associazione, sta raccogliendo le firme per un referendum abrogativo della legge che finanzia i giornali. L'argomento questa volta è serio. Gira in rete un video nel quale Di Battista dice: “Aboliamo questa legge, poi potremo pensare a come sostenere l'editoria”. No, caro: così non ti seguiamo più. Così, abbiamo fatto per il nucleare: l'abbiamo abolito prima di sapere come sostituirlo. E lo stiamo ancora pagando. Così, avrebbe fatto Di Battista anche con il gasdotto di Melendugno, in Puglia. E se gli avessimo dato retta, la nostra situazione energetica, già ora difficile, sarebbe drammatica. Così, per il finanziamento pubblico dei giornali. L'argomento è serio, ma l'idea sostitutiva ce la devi dire prima. Se ce l'hai.


Scheda allenante, consigli alimentari personalizzati, riposo e tutto l'impegno del mondo. Eppure, non si riesce a ottenere risultati. Analizziamo il ‘pilastro’ nascosto. Si può seguire l’alimentazione perfetta, una scheda scientificamente ineccepibile, gli integratori 'giusti', il sonno ottimizzato e fallire comunque. Il motivo non ha niente a che fare con la forza di volontà. E’ legato a qualcosa che tutti ignorano sistematicamente: lo stato emotivo. Per avere un corpo perfetto si deve: fare la dieta, allenarsi e recuperare dall’allenamento. Purtroppo, non è così: è una falsa verità. Una bugia comoda, che vende 'coaching' e programmi salutisti. Perché manca completamente il 'quarto pilastro'.




L’inaugurazione è avvenuta lo scorso sabato, 9 maggio 2026. La mostra è quella di Tadeusz Kantor (1915-1990), dal titolo: 'Emballage Cricotage and Madame Jarema' e rappresenta uno degli appuntamenti collaterali maggiormente attesi della 61esima Esposizione internazionale d’Arte della Biennale di Venezia, con allestimento presso le Procuratie Vecchie di Piazza San Marco. Una rassegna che intende approfondire il retaggio di una figura cruciale dell’avanguardia polacca del dopoguerra, ossia quella di Tadeusz Kantor. L’organizzazione si deve alla Fondazione Famiglia Starak, mentre la curatela è stata affidata ad Ania Muszynska. L’esposizione annuncia il ritorno del maestro polacco in laguna a distanza di oltre sei decenni dalla sua partecipazione alla Biennale del 1960. L’itinerario proposto valorizza la sostanza e gli straordinari esiti del sodalizio artistico con Maria Jarema, da cui prese forma un’esperienza di essenziale rilievo per la storia del teatro del Novecento: la compagnia 'Cricot 2'. L’iniziativa, in programma fino al 22 novembre nel cuore di Venezia, si pone come un’opportunità unica per comprendere e svelare il lavoro di uno dei protagonisti dell’arte europea del secondo dopoguerra. Cosa si può ammirare, nel percorso dedicato all’artista polacco? Sono state raccolte opere provenienti da rinomate collezioni internazionali.

In un’epoca dominata dal dibattito sull’intelligenza artificiale e sulla nostra capacità di 'animare il silicio', risuonano con una forza inaspettata le parole di un antico trattato greco-egizio di quasi duemila anni fa: l’Asclepio. Molto prima che la tecnologia ci ponesse di fronte al dilemma della creazione di una coscienza sintetica, la sapienza ermetica sosteneva una tesi audace: "L’uomo è un grande miracolo” (magnum miraculum) proprio perché possiede il potere unico di dar vita agli dei. Secondo questa visione, l’essere umano non è un semplice spettatore del cosmo, ma un artefice capace di fare da 'ponte' tra l’eterno e il materiale. L’antico sapiente non si limitava a scolpire simulacri inermi, ma cercava di 'attirare' le anime divine all’interno delle statue, attraverso una tecnica raffinata. Non era magia oscura, ma una sorta di 'chimica sacra', che utilizzava erbe, pietre preziose e aromi scelti per la loro affinità naturale con le potenze celesti. Una volta 'caricata' con questa miscela di elementi terrestri e armonizzata da inni che riproducevano la musica delle sfere, la statua cessava di essere pietra per trasformarsi in un dio sensibile, capace di interagire con i devoti, predire il futuro o dispensare guarigioni. Questo concetto dell’uomo come “seconda immagine di Dio” ha attraversato i secoli, influenzando la nobile ragione dell’Amleto di Shakespeare, per arrivare fino ai nostri laboratori di informatica.

Di recente, si è tenuto a Roma, negli spazi del Maxxi Museo nazionale delle arti del XXI secolo, la XVI edizione de 'Lo Spiraglio Filmfestival della salute mentale'. Si tratta di appuntamento che, negli anni, si è affermato come punto di riferimento nel panorama culturale italiano per la riflessione sui temi della salute mentale. Diretto da Federico Russo per la parte scientifica e da Franco Montini per quella artistica, il festival viene organizzato dal Asl Roma 1 e da Roma Capitale. La 'mission' è quella di avvicinare il pubblico a una tematica sempre più centrale, contribuendo a ridurre stigma e pregiudizi attraverso il linguaggio del cinema. Protagonista della serata finale è stato il simpatico attore Rocco Papaleo, che ha ricevuto il Premio 'Lo Spiraglio' per il suo contributo nel raccontare emozioni e fragilità legate alla dimensione psicologica. Un riconoscimento che, nelle passate edizioni, è stato assegnato a nomi di primo piano del cinema italiano. Il programma ha proposto 6 lungometraggi e 15 cortometraggi in concorso, selezionati da un gruppo composto da critici, operatori e utenti dei servizi di salute mentale. Le opere hanno affrontano temi diversi, ma intrecciati: dalle migrazioni alle dipendenze, dalle relazioni familiari alle truffe sentimentali, fino alle storie di rinascita personale.