Vittorio LussanaPer lunghi decenni, l'introduzione di alcuni elementi di economia sociale di mercato è stata vista con sospetto. La formula, infatti, si allontana sia dalle ingessate formule ideologiche 'marxiste', sia dai postulati del socialismo cosiddetto 'organico', dotato cioè di 'organi' pubblici d'intervento socioeconomico che, spesso, si tramutano in mero assistenzialismo. Con il crollo delle ideologie e la lama a 'doppio taglio' dell'aumento del debito pubblico e della disoccupazione, è cominciata una lunga e faticosa transizione da un'obsoleta concezione di 'welfare state' a un'idea assai più realistica e compiuta di 'welfare society'. Avendo contribuito personalmente a tale dibattito sin dagli anni '90 del secolo scorso, allo stato posso rilevare come alcuni passi in avanti siano stati effettuati: le vecchie concezioni che demonizzavano il mercato in quanto luogo economico da cui discendevano tutti i mali, oggi sono divenute assai più marginali. Tuttavia, anche sul fronte neo-liberista le cose non sono così 'idilliache' come sembrano: sin dai tempi di Keynes ci si è accorti, infatti, che la vecchia concezione liberale risalente ad Adam Smith manteneva un carattere selettivo, che necessitava, a sua volta, di continue 'correzioni' verso forme più eque di redistribuzione del lavoro e delle ricchezze. Proprio questo limite dell'ideologia liberale postula la necessità di un superamento della dicotomia pubblico/privato, per passare a un 'trinomio' pubblico/privato/civile, attraverso l'introduzione di innovativi strumenti di inclusione, all'interno di un modello di concorrenza economica più sana, leale e razionale. Anche la distinzione pubblico/privato, infatti, stenta a far presa, poiché tende a discriminare segmenti importanti della società, come per esempio il mondo del 'no profit'. Inoltre, con l'avanzare della modernità si è sviluppato un preciso processo di 'conflazione' tra le due sfere, quella pubblica e quella privata. Questa parola, 'conflazione', sintetizza in sè tutti quegli effetti giuridici pubblici che possono derivare dal diritto privato. In poche parole: anche la sfera privata deve contemplare e includere tutti quei problemi di carattere pubblico che essa stessa tende a provocare. Infine, dopo il crollo delle ideologie di massa, si è verificato un terzo grave problema, per troppo tempo sottostimato anche negli ambienti progressisti: il sistema politico ha dimostrato di non essere più in grado di rappresentare la propria 'base' sociale. In pratica, il nostro tradizionale modello di rappresentanza democratica non è sufficiente a coprire tutti gli ambiti in cui si esprime la vita delle persone. Ancora oggi, al tavolo della decisione pubblica partecipano solo quei rappresentanti che pretendono di difendere gli interessi organizzati di gruppi o di categorie di cittadini. Ma la politica ha finito con lo 'spiazzare' la società civile, poiché è stata incapace di trasformare il proprio modello di partecipazione alle decisioni pubbliche, finendo col coinvolgere pochi attori sociali. Per i soggetti della società civile, spesso portatori di buona cultura e ottime idee, l'accesso alla sfera pubblica ancora oggi significa semplicemente l'elezione di alcuni dei suoi membri in questo o quel Partito politico: nulla di più. Da tutto questo ne discende quella che potrebbe essere la vera novità importante di questo nostro tempo: la 'presa d'atto' dell'esistenza di un 'deficit' di pluralismo democratico che il nostro modello di organizzazione politica e sociale ci ha lasciato. Quando ci si confronta con i problemi connessi all'aumento endemico delle diseguaglianze, all'esplosione dei conflitti identitari, alle nuove forme di esclusione e così via, diviene necessario rendersi conto di cosa significhi l'aver lasciato ai margini la società, impedendole di esprimere tutta la propria 'carica progettuale'. Ed è esattamente questo il 'nodo' che nessuno dei nostri attuali esponenti politici riesce ad affrontare, poiché distratti da un modo totalmente percettivo e mediatico di fare politica, affidato ai variabili e contrapposti venti delle opinioni momentanee. Esiste un rapporto ben preciso tra dimensione della spesa sociale e livello di fiducia dei cittadini verso la democrazia rappresentativa: laddove la cultura di una 'welfare society' viene sottorappresentata, la fiducia nei Partiti politici e nei governi si abbassa pericolosamente. Cominciare a muovere passi decisivi verso la 'welfare society' consentirebbe, invece, di contrastare assai meglio l'invadenza e l'arroganza di quel mondo 'amorale' e 'acivile' che, oltre a distruggere il 'capitale sociale', finisce col mettere le 'ali' a superati metodi corporativi e classisti di concepire il rapporto tra politica e interesse generale.

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Direttore responsabile di www.laici.it e della rivista mensile 'Periodico italiano magazine' (www.periodicoitalianomagazine.it)
(editoriale tratto dalla rivista 'Periodico italiano magazine', n. 29 - giugno 2017)


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Roberto - Roma - Mail - lunedi 19 giugno 2017 9.19
Io invece credo di aver capito: consorziare, creare nuove realtà anche molto piccole in grado di raccoglere fondi per fare delle cose specifiche, autonome dalla politica e sostenute da una rete finanziaria di microcredito o di investimenti mirati. Ho anche capito la questione degli attori sociali che si fanno eleggere, come accadeva con la Tizia delle federcasalinghe o con il presidente dell'Arci. Ma la politica per tropppo tempo si è fatta gli affari suoi. Ora tutto sembra "tecnico, difficilie, incomprensibile". Ma non è colpa del popolo, Lussana!!! Viene sempre tenuto fuori dalla cose.
Nicoletta - Brescia - Mail - domenica 18 giugno 2017 17.49
Secondo me, la sua analisi è molto tecnica, e poco fruibile dalle masse, ma è una mia impressione. Il bisogno di un welfare society è importante, un cardine per definire i passi del futuro di questo paese e sopratutto dei suoi cittadini, diciamo pure che dobbiamo pensare a far crescere la cultura dell'empatia, dell'intelligenza emotiva e della collaborazione, altrimenti restiamo sempre lì nel divario tra classe politica e bisogni dei cittadini. Perchè se non coltiviamo l'intelligenza dal basso non possiamo pensare di averla in una classe dirigente.


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