Ilaria CordìEmmanuel Macron è il nuovo presidente della Repubblica francese. Cosa significa quel che è accaduto al di là delle Alpi? Stiamo forse definitivamente abbandonando la politica tradizionale, per affidarci a nuovi 'movimentismi' di massa? Oppure, c'è un problema di ridefinizione e di riconfigurazione politica delle forze riformiste? Quel che è certo è che noi di www.laici.it siamo al 'settimo cielo': da più di un decennio, infatti, la presente testata ha cercato di fornire indicazioni per la nascita di una nuova forza autenticamente laica e 'liberal', capace di emergere sul panorama politico italiano senza rinnegare le tradizioni e le esperienze del passato, bensì rielaborandole in una forma più moderna e adatta ai tempi. Un po' come seppe fare Bettino Craxi con il Psi ereditato dopo il drammatico congresso svoltosi all'Hotel Midas nell'estate del 1976. Ecco perché abbiamo voluto disturbare l'onorevole Bobo Craxi, al fine di rivolgergli alcune domande sul tipo di 'segnale' giunto dalla Francia.

Onorevole Craxi, cominciamo dalle elezioni presidenziali francesi: come giudica l'esito del ballottagio che ha portato alla vittoria di Emmanuel Macron? Si apre una nuova era? E quale?
"La 'nuova era', se si riferisce all'Europa, quindi alla Francia, è cominciata da tempo: dall'inizio della crisi. Ampi strati della popolazione si sentono più vulnerabili ed esprimono il proprio stato d'animo disertando le urne, oppure votando per movimenti e Partiti che esprimono rabbia e protesta. Così è stato anche nel voto francese, con la variabile introdotta dalla novità Macron, che non si è presentato con il volto di chi voleva vendicare le ingiustizie prodotte dal liberismo, ma semmai come colui che vuole reindirizzare il cammino francese in un'Europa che ha smarrito il suo senso di marcia. E' un'era che, tuttavia, si apre nel segno della continuità: continuità dell'asse franco-tedesco alla guida del continente; continuità nella centralità delle politiche economiche, che portano il segno della Bce. Per svolgere questo compito, Macron è perfetto".

Il fenomeno Macron è una semplice 'meteora', oppure esiste un problema di 'stagnazione generazionale' che sta cercando sfoghi diversi per reagire alla crisi dei Partiti storici?
"Per quanto la sua parabola personale sia degna di nota, rilevo che la 'questione generazionale' distrae dal reale contenuto delle politiche che egli ha proposto nella campagna elettorale. Il segno di novità è rappresentato dal coraggio con cui Macron si è gettato nella 'mischia' e dalla capacità di affrancarsi dalle parole d'ordine espresse dai Partiti tradizionali, pur sapendone interpretare con intelligenza entrambi i valori di fondo: l'identità repubblicana, che è propria dei 'gollisti' e quel sentimento di solidarietà sociale e di spinta riformatrice retaggio della parabola socialista francese. Naturalmente, questo 'patchwork' di proposte politiche fanno di lui una cosa diversa da un repubblicano classico o da un socialista tradizionale. Non saprei dire, allo stato, se questo sia un segno di forza o di debolezza: ogni movimento politico basato sulla spinta di una sola persona, benché raccolga consensi trasversali, presto o tardi è costretto a dover fare i conti con le radici dei movimenti. In questo caso, con quei Partiti che hanno radicamenti ancora attivi e basi culturali e ideologiche profonde. Non penso sarà sufficiente un 'quinquennato' a scardinare tutto ciò. Certamente, lui ci proverà. Macron ha spaccato la sinistra e diviso i gollisti: chi tra le due formazioni resterà in piedi alle future legislative non credo sarà disponibile a fare sconti".

Lei ritiene che anche qui da noi potrebbe verificarsi uno 'scossone' salutare per la sinistra italiana? E con chi? Giuliano Pisapia? Roberto Speranza? Tutti e due insieme?
"La sinistra italiana ha indubbiamente bisogno di una 'scossa' e deve dare un'alternativa a tutti coloro, non sono pochi, che non si riconoscono nel 'Partito di Renzi'. Mi pare che l'idea di riunire in una costituente di centrosinistra le diverse 'anime' e le distinte personalità che la compongono, se fondata su un programma di riforme economiche e istituzionali di orientamento progressista, che esprimano una visione che non saprei come altro definire se non socialista e riformista, non potrà che avere una vita duratura e andrà a colmare il vuoto che si è aperto. Ho discusso recentemente con Roberto Speranza di questo: presto definiremo un programma di iniziative e azioni comuni. I socialisti che si sono riuniti in 'movimento' mantenendo la propria autonomia politica e organizzativa sono pronti a un dialogo fecondo e a sostenere un progetto elettorale che porti questo segno. D'altronde, la Francia insegna da sempre: solo un segno di unità politica può ridare slancio e interesse rinnovato verso la sinistra italiana, che certamente ha degli errori di cui farsi perdonare, ma è la sola che può difendere con efficacia, per storia e tradizione, gli interessi più vasti della nostra popolazione, nel segno di una maggior equità sociale e proponendo un sistema economico più innovativo e più inclusivo, ripensando tutti i modelli fallimentari che hanno portato alla condizione di decrescita e arretramento di questi anni".

Qui da noi, tuttavia, il 'vento' sembra ormai a favore del Movimento 5 stelle: è così?
"Il Movimento cinque stelle, alla prova con le istituzioni parlamentari non è uscito indebolito. Tutt'altro, ha introdotto nel 'Palazzo' la protesta di piazza e ha cercato di consolidare un embrione di classe dirigente. Ora, il tassello mancante e credibile potrebbe essere offerto da qualche pezzo dello Stato desideroso di cimentarsi nella lotta politica, così come é avvenuto. All'indomani della rivoluzione giudiziaria, se ne scorgono i primi segnali. Naturalmente, che questa massa elettorale disomogenea possa rappresentare una reale alternativa di governo non mi convince. E' evidente che spetta all'insieme delle forze democratiche rappresentare un'alternativa più convincente. E penso anche che il segnale francese e tedesco non suoni affatto come un buon presagio per questa 'ondata antisistema', che di certo si consolida, ma non 'sfonda'. D'altronde, i movimenti populisti dell'inizio del secolo XX seppero imporsi con la violenza dopo eventi traumatici. Ora, ci troviamo in una fase certamente delicata e quasi drammatica, ma le nostre fondamenta democratiche sono solide e la capacità di reagire e di rinnovare istituzioni e Partiti non manca".

L'Italia ha nobilmente salvato centinaia di migliaia di vite umane nel mar Mediterraneo: il bilancio di governo del Partito democratico è proprio così negativo?
"Non penso affatto che al governo italiano si debba rimproverare un 'eccesso umanitario'. In una situazione così complessa era prevedibile attendersi i mestatori di professione, i 'politicastri' e le inchieste poco chiare. Ciò non significa che il mercato dei clandestini, che dura da così lungo tempo, non abbia aperto le strade ad approfittatori che si possono celare anche dietro la copertura umanitaria. Ma dobbiamo rimanere sulla questione generale, che rimane ancorata alle condizioni di fragilità in cui versa il territorio che é base di partenza dei clandestini: la Libia e le nazioni dell'Africa centrale, aggredite da crescente povertà e carestia. Io penso che si possano porre degli argini temporanei alle 'folate' degli sbarchi, ma sullo sfondo resta la prospettiva di un aumento delle migrazioni da sud a nord. Si tratta, quindi, di rinnovare l'invito a tutta l'Unione europea ad affrontare questa nuova fase storica, coinvolgendo tutte le grandi potenze economiche mondiali che, in quel continente, hanno crescenti interessi. Sono convinto che questo sarà uno dei temi centrali del prossimo G20, che non a caso si terrà in Sicilia: il lembo italiano ed europeo più esposto".

La sinistra italiana ha ormai perduto la sua anima più antica e gloriosa, quella socialista?
"Non si tratta di aver smarrito l'anima, quanto piuttosto di non aver saputo spiegare con efficacia quali fossero i compiti della sinistra di fronte alle nuove sfide. E soprattutto, di non essere riusciti neanche a difendere le conquiste socialdemocratiche aggredite dalla globalizzazione. L'aver abbandonato quell'internazionalismo che era proprio della sinistra l'ha esposta alle sconfitte e alle difficoltà di questi anni. D'altronde, limitarsi agli slogan senza riuscire a promuovere delle politiche che sappiano soddisfare i bisogni e di giustizia sociale e di equità, hanno spianato la strada a movimenti che ricopiano le medesime parole d'ordine senza avere cultura di governo, prosperando sul piano elettorale ai danni delle formazioni di sinistra. La rottura del compromesso socialdemocratico avvenuta con la globalizzazione ha messo all'angolo proprio le sinistre in tutta Europa. Per questo motivo, c'è un grande lavoro da fare: disperdere le energie e perpetuare la divisione non farà che peggiorare la situazione".

Il Psi di Nencini, secondo noi, è ormai una semplice componente interna del Partito democratico, tuttavia le chiediamo: non c'è una malcelata coerenza di fondo rispetto ai tempi del 'Triciclo' e di altri esperimenti simili?
"L'aver abbandonato, praticamente sin dall'inizio della legislatura, l'obiettivo di costruire una posizione socialista, di tentare la costruzione di una forza che cercasse di superare lo sbarramento minimo, avere assecondato ogni politica del Pd 'renziano' obbliga, oggi, il Psi a replicare il medesimo comportamento elettorale di quattro anni fa. Spiace che lo si sia negato persino all'ultimo congresso, in cui si é vagheggiato di un polo 'laico-ambientalista'. Un diritto di tribuna non verrà negato a Nencini, ma la parabola di un Partito autonomo si é praticamente conclusa. Noi, d'altronde, coerentemente alle posizioni assunte durante il referendum, non intendiamo sostenere 'questo' Pd. E i socialisti che guardano a una costituente elettorale di sinistra non mancano: bisognerà cercare di rappresentarli dignitosamente, senza rinunciare alla propria vocazione autonoma".

Passiamo agli scenari internazionali: come giudica l'accordo di Abu Dhabi tra il governo di Al Serraj e il generale Haftar? Si tratta di un nuovo passo in avanti, oppure ogni cosa è destinata a rimanere nell'indeterminatezza?
"Quelli libici sono passi in avanti: per lo meno, le parti discutono e riconoscono innanzi alla comunità internazionale la loro neutralità. Sono i libici che devono determinare la loro rotta, avviandosi verso un graduale processo democratico fondato sulla consapevolezza delle diversità territoriali, politiche e religiose. Quando tacciono le armi é sempre un fatto positivo: noi incoraggiamo questi sforzi, che possono rafforzare la sicurezza di tutta l'area e accrescere l'interscambio economico".

Gli Stati Uniti e la Corea del Nord: a cosa stiamo assistendo? A una sorta di strano 'balletto' diplomatico, oppure siamo già nell'anticamera di una clamorosa crisi internazionale?
"La Corea ha dato il benvenuto alla nuova amministrazione americana con una provocazione missilistica. Mi pare, tuttavia, che l'escalation delle parole non abbia prodotto alcun gesto sconsiderato: questa é una buona cosa. Non credo sia interesse della Cina riportare all'indietro le lancette della Storia. E gli Stati Uniti non potrebbero accettare oltremodo che venga disconosciuto il loro ruolo di protagonisti in quell'area. Finché le grandi potenze daranno a intendere che non vogliono riaprire uno 'scorcio' di 'guerra fredda', anche le piccole potenze militari dovranno tener conto  di questa reciprocità. La Corea non rispetta i trattati sulla 'non proliferazione' nucleare perché sa bene che, nel mondo, non é la sola potenza militare a non rispettare le regole. E questo é un nodo riguardante altri scenari che, prima o poi, andrà sciolto".

La Cina sta svolgendo un ruolo politico importante in questa crisi, secondo lei? E quale?
"La Cina é un partner commerciale importante per gli Stati Uniti: c'è una competizione su scala globale che va aumentando. Ma tale competizione non si spingerà verso un conflitto aperto: la pace distribuisce i suoi 'utili'; la guerra, certamente no".


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Donato Carbone - Lucugnano/Italy - Mail Web Site - mercoledi 10 maggio 2017 14.7
Ho Sempre ritenuto Bobo l autentico interprete della linea politica social-liberale-riformista tracciata e mai giunta a compimento dal suo grande padre Bettino


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