Michela ZanarellaRenzo Marrucci è un architetto di rilievo e un artista stimato. Nel libro 'Dai gradini della chiesina', edito da Guida, tenta un'operazione di 'esplorazione' degli spazi e degli ambienti in cui il legame con la terra diventa espressione di sentimenti ed emozioni, spesso contrastanti. Il 'centro' della sua riflessione è Volterra, l'antica cittadina etrusca della Toscana centrale. Non si tratta di un'operazione 'nostalgia', né dell'esaltazione della Volterra che fu, bensì della riappropriazione di un 'metodo' di maturazione e di vita che esalta i valori di umanità, rispetto e creatività del singolo individuo. In fondo, la riflessione di questo autore giunge opportuna, poiché la società si ritrova di fronte al doppio fallimento culturale sia delle ideologie stataliste, sia di quelle aziendaliste. Recuperare il valore e l'orgoglio per ciò che si fa rappresenta la sola e unica risposta possibile, per riuscire a ricreare una realtà umanamente vivibile, che torni in equilibrio e ci sottragga dalle delusioni e suggestioni di una falsa modernità imposta dalla società dell'immagine. Tornare al lavoro artigianale significa avere il coraggio di ricominciare, di ripartire veramente da 'zero', tornando a nuova vita. E' infatti un bisogno di nuova 'moralità' quel che Renzo Marrucci cerca in questo suo libro: un ritorno alle cose semplici, ai valori più genuini che sono alla base della nostra convivenza quotidiana. Ecco, dunque, sorgere l'esigenza di saperne di più nel merito di un lavoro che, ribadiamo, non è affatto un 'viaggio all'indietro', bensì una ricerca di risposte per il futuro, al fine di ripartire su basi socioeconomiche rifondate nei suoi valori e princìpi basilari.

Renzo Marrucci, lei è uno stimato architetto e uno scrittore raffinato: cosa l'ha spinta a pubblicare questo suo nuovo volume, intitolato 'Dai gradini della chiesina'?
"Prima di scrivere 'Dai gradini della chiesina' avevo pubblicato un libro in cui ho raccolto le poesie mie e di Rosa, la mia compagna di vita. Rosa ha scritto i suoi versi fino agli ultimi mesi prima di morire, mentre io ho iniziato qualche anno dopo la sua morte, tentando di riempire il vuoto enorme da lei lasciato dentro di me. Rosa è morta per il dolore che le ha scavato dentro un cancro, maturato per gli affronti subìti nel suo luogo di lavoro e in seguito a problemi giudiziari del tutto gratuiti, privi di verità, in questa Italia che non riesce a tutelare e a garantire un minimo di giustizia. Rosa ha cercato di sopportarlo senza riuscirci, volendo testardamente evitare a me ogni peso, ma senza risultato. Per la sua morte e per il dolore subìto, per i motivi che ne hanno causato la scomparsa ho sentito la necessità di scrivere di lei e del mio vissuto, anche se l'abitudine a scrivere, per il mio mestiere di architetto, non mi era del tutto estranea. Di lì, il 'passo' è stato, come dire, spontaneo e necessario. O necessario più che spontaneo. E ho seguito questo impulso naturale, avvertendo la necessità di andare a cercare il tempo vissuto per capire di più di questa vita che abbiamo e che ci sparisce tra le mani, in un breve attimo di tempo. 'Dai gradini della chiesina' nasce frugando dentro di me, indagando nel mio profondo. Questo 'frugare' o scavare che sia mi ha portato a risalire al mio punto di partenza, là dove sono nati i miei sentimenti e le mie esperienze. In tutto questo, sempre accompagnato dall'anima della mia Rosa, che mi è sempre accanto e mi aiuta a continuare. Quei gradini sono quelli da cui io sono partito: il luogo da dove ho cominciato a esercitare il pensiero".

Ma cosa rappresentano, oggi, quei gradini che lei descrive minuziosamente?
"Quei gradini appartengono a una zona della mia città: Volterra. La piazzatta di San Cristoforo, gli spazi intorno e i vicoli descritti rappresentano, per me, l'inizio, la partenza di un viaggio, dell'avventura fisica e spirituale della vita. Sono l'origine del mio viaggio. E il mio cuore li percepisce come sacri, spazi di una realtà purissima, dunque il vero inizio di tutto".

Spazi dell'anima, luoghi e incontri: com'è cambiata Volterra negli anni? Ha rimpianti o nostalgie?
"Certi luoghi sono particolari e ognuno ha i suoi. Ma, per me, sono soprattutto luoghi dell'anima. Quando nella vita c'è una realtà che si configura con il carattere di una tragedia e si resta senza più 'appigli' a cui riferirsi, si cerca un motivo per proseguire. Ed è quello che ho fatto io, mettendomi a dipingere e a scrivere con intensità. Avevo un forte bisogno di ricreare una mia unità, di ritrovare concentrazione e una nuova strada da percorrere. Una strada soprattutto interiore, che non avesse più clienti per i quali lavorare, o aiutare a decidere. Il mestiere di architetto, oggi, è cambiato in peggio e non mi appaga più come una volta. La politica e il lavoro da cercare estenuano: tutto è divenuto estenuante, in questa società. Mi occorreva reincontrare me stesso e ritrovare la mia anima, recuperando fiducia: quella fiducia che ho perso nella giustizia e nel sistema nel quale viviamo. Tutto questo potevo trovarlo solo mettendomi alla ricerca del mio tempo vissuto. La Volterra in cui sono nato non c'è più: è rimasto il 'feticcio', la memoria, la Storia che si trasmette tramite la materia e la forma che le è stata data, il territorio nella sua estensione e fenomenologia. La vita è cambiata con l'uso che è stato fatto della città e la trasformazione subita con l'eliminazione delle botteghe artigiane, le quali a Volterra erano l'anima stessa della sua vita e della sua realtà. Nessun rimpianto e nessuna nostalgia è possibile: quando si ha coscienza di aver perduto qualcosa di importante, occorre avere il coraggio di continuare a vivere e pensare a una nuova vita per andar avanti. E ciò non consente nostalgie, né rimpianti. Tuttavia, ciò che siamo ha un proprio 'peso' e una sua importanza, perché qualcosa dentro è maturato grazie alla ricchezza della vita. Il tempo vissuto lo ritroviamo dentro di noi e, con lui, la forza di pensare, di fare quello che la coscienza elabora e propone. Se siamo in grado di rivivere il tempo vissuto rielaborandolo, si libera un'energia dentro di noi che ci porta a una qualità e a una profondità che non sarebbe possibile altrimenti".

Nel libro, lei alterna la narrazione ad alcune poesie: perché questa esigenza di scrivere in versi?
"Scrivere in versi significa seguire i moti dell'animo. Chi scrive ritrova i suoi momenti interiori nella narrazione e le parole diventano lirica, musica. L'animo si muove sulle immagini che si ritrovano interiormente: immagini che emozionano e spingono le parole seguendo l'emozione nelle sue pieghe più nascoste, diventando prosa e, talora, per maggior lirismo, poesia. Pulsioni, in verità, che seguono i moti dell'anima in certe condizioni di particolare afflato poetico".

In un capitolo, lei racconta il lavoro manuale degli alabastrai: non si tratta di rimpianti un po' tradizionalisti, in un Paese da sempre caratterizzato da 'gonfaloni' e 'campanili'?
"No, no: proprio per nulla. Il lavoro manuale è una ricchezza primaria e fondamentale per l'uomo, specialmente quello artigianale, sempre attuale, che va oltre ogni definizione tradizionalistica. L'uso delle mani implica il cuore e il cervello, sempre: non ci sono 'mode' o altro. Il lavoro manuale è fondamentale per l'esercizio della creatività umana e non smetterà mai di esserlo. Tutto il resto non sostituirà mai la sua determinante, profonda connessione con la sensibilità umana. Gli alabastrai, a Volterra, come i marmisti a Carrara, costituiscono il 'cuore' della città: il cuore vero di una cultura, che inizia molto lontano con l'uomo etrusco. Un cuore territoriale profondissimo, legato alla città, alla sua atmosfera e alla sua Storia, costruita con la pietra locale. Un mondo che può essere conosciuto, andando in quelle realtà e creando un contatto personale con la città storica e il suo terriotiro, che ti rimane dentro. Il rapporto con la pietra e con gli alabastrai di Volterra è una componente fondamentale della mia natura e non saprei definirlo diversamente, almeno per ora. Il mio rapporto con la forma delle cose nasce in questo modo: dando forma agli oggetti, agli animali, alle cose. E' una verità che s'instaura dentro di noi e fornisce un equilibrio con le cose del mondo. Acutizza l'osservazione e la rende consapevole: insegna a leggere le cose del mondo, le persone e, soprattutto, il rispetto. Sviluppa un esercizio semplice e profondo per la conoscenza delle cose, che poi si applica a tutto e non tradisce mai. Ogni artigiano, in genere, possiede questa natura, assumendo poi delle peculiarità, che scaturiscono dalla materia stessa che lavora. E questa qualità la assume nell'esercizio del suo mestiere, nel contatto con i materiali. La apprende e gli resta dentro: non la dimenticherà mai. Altro che 'gonfaloni' e tradizionalismo: è una dimensione  autentica della modernità e del futuro. Il lavoro manuale, specialmente quello artigianale, si basa sul rigore e il senso morale che si apprendono dallo studio della 'forma' che ogni artigiano autentico non si esime dal compiere in proprio. Io sono fermamente convinto che la scuola italiana dovrebbe rivedere molti suoi errori, alcuni dei quali assolutamente gravi, sotto il profilo culturale".

Lei ha definito Volterra "un 'micromondo' protetto dal progetto della Storia": ci spiega cosa intende?
"Ogni città ha un suo carattere e questo la caratterizza, negativo o positivo che sia: dipende da chi la costruisce e dal tempo in cui si costruisce e si modifica, in funzione delle tendenze e delle opportunità che gli uomini hanno. Il progetto della Storia risiede nel carattere che la città ha consolidato negli anni e nei secoli, per come è arrivata a noi e come noi continuiamo a viverla, nel progetto e nelle vicende che si sono concretizzate durante la costruzione della città, nelle sue espansioni o nei suoi ridimensionamenti. Questa è Storia per eccellenza, quella che assume un carattere anche fisico e costruito, che ci arriva al tempo d'oggi. E il progettista di questo carattere chi è? Chi altri, se non l'uomo, attraverso il tempo e il succedersi degli eventi che su quel territorio e su quella città si sono succeduti e hanno sedimentato ogni cosa di sè. Questo è il progetto della Storia, che a Volterrà si è esercitata con una coerenza straordinaria".

La dimensione del viaggio: lei come la affronta?
"Attraverso il mio percorso, semplicemente nella mia interiorità e nella speranza ideale, oggi, di vivere la vita anche attraverso le ingiustizie e le incomprensioni che mi hanno fatto conoscere la sofferenza e causato la perdita di persone. Se non si 'crepa' prima, si continua a vivere. E dentro di sé maturano le esperienze che, con il tempo, s'imparano a vedere e a comprendere in un'ottica diversa. E ciò è un po' come rivedersi e riscoprirsi, rimanendo quel che si è, ma crescendo dentro e andando avanti verso il capolinea, sempre sorridendo alla vita".


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